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Una serata con il professor Roberto Panizza, docente di Economia Internazionale, per cercare di comprendere il funzionamento del mercato finanziario e le possibili applicazioni, virtù e difetti della Tobin Tax proposta da Attac! Italia. Di seguito la trascrizione dell’intervento.
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Questa sera vi traccerò un quadro, che purtroppo è molto triste, di come è degenerata l’economia mondiale a partire dalla fine degli anni Settanta, inizio anni Ottanta, quando le due – vorrei dire orride – figure di Ronald Reagan e Margareth Thatcher hanno impresso una svolta drammatica all’economia del mondo in senso negativo, riproponendo vecchi interventi propri delle impostazioni liberiste ottocentesche: queste politiche hanno condizionato tutte le varie culture ed esperienze e hanno dato vita a quello che è stato denominato come il “pensiero unico”, praticamente accolto da tutti, sia della destra, che della cosiddetta sinistra. Infatti, quando sento parlare di certe aberrazioni delle politiche dell’attuale Ministro del Tesoro, Tremonti, e le confronto con quelle del suo collega della coalizione del centro-sinistra, Vincenzo Visco, io, economista, stento a trovare delle differenze sostanziali, perché entrambe le politiche sono dominate dai principi del pensiero unico, condiviso da tutti, simultaneamente caduti nella trappola del revival neoconservatore.
L’economia americana sotto Ronald Reagan
Il grande problema che oggi sta emergendo, nonostante le storie false che ci hanno raccontato fino ad ora, è che l’economia americana sotto Reagan andasse benissimo: al contrario, il tanto decantato Ronald Reagan è stato, forse, il peggior presidente degli Stati Uniti nell’epoca recente, dato che sul piano dell’occupazione Carter aveva creato in quattro anni undici milioni di posti di lavoro, Clinton in otto anni ne ha creati ventidue, mentre Reagan ne ha creati soltanto tredici milioni in otto anni: egli è, quindi, il più “inetto” presidente dell’ultimo periodo, utile però ai grandi interessi del momento, che lo hanno esaltato come il risanatore dell’economia statunitense. In realtà, anche sul piano della corretta gestione del bilancio, la sua amministrazione ha lasciato un indebitamento pubblico, balzato da quindici miliardi di dollari a quattrocento. Se non fosse stato Reagan a condurre una siffatta politica, uno così lo avrebbero fucilato sulla pubblica piazza e i mass-media ne avrebbero distrutto l’immagine: invece, i giornali intitolavano “Le grandi conquiste di Reagan”. Ma i tremendi misfatti di quella amministrazione non sono finiti: essa ha trasformato gli Stati Uniti da paese creditore del mondo nel paese più indebitato, in seguito a quella assurda rivalutazione del dollaro, che in quattro anni è passato da un cambio con la lira di 560 lire per dollaro, a 2500. Solo una persona senza cervello oppure con il cervello già compromesso dall’Alzheimer poteva arrivare a un assurdo del genere: tuttavia, la grancassa dell’informazione, ormai totalmente manipolata dai grandi interessi multinazionali, ha presentato queste scelte come scelte vincenti e valide per il paese.
La crisi della domanda globale
e il sistema della “lotteria” inventato da Clinton
Il risultato più grave delle politiche neoconservatrici perseguite da Reagan e da Bush senior è stato quello di aver compromesso definitivamente il livello della domanda globale. Tutto ciò è stato gravissimo per un sistema capitalistico-consumistico, cioè finalizzato alla creazione di produzioni di massa che dovevano soddisfare bisogni e consumi di massa: invece, la produzione l’hanno spinta al massimo, ottimizzando le condizioni che caratterizzano il momento dell’offerta, mentre il consumo si è andato lentamente inaridendo, essendosi affermata la logica perversa dei salari di fame, dei mancati trasferimenti pubblici alle classi più deboli, dei mancati trasferimenti del governo ai settori produttivi in difficoltà: come risultato di questa scelta, non ci sono più i soldi nelle tasche della gente per sostenere la domanda. Oggi, paradossalmente, essere di sinistra significa difendere per lo meno il modello fordista: Henry Ford, Valletta, Pirelli, avevano capito che la produzione di massa stava in piedi solo se anche il consumo era di massa, ma il consumo di massa presupponeva salari adeguati per sostenerlo. Invece, adesso la produzione è di massa, ma il consumo è elitario, con livelli salariali che, in questo quadro di competizione globale, sono portati verso livelli di sussistenza.
Per cui, a partire dal periodo dei governi di Reagan e della Thatcher, è scomparso quel ceto medio nei paesi industrializzati, che sosteneva il consumo di massa. A questo proposito c’è un bellissimo libro del professor Peterson di Yale, che si intitola “Silent Depression”: una depressione, una crisi silenziosa, generata dalla scomparsa del ceto medio su cui il capitalismo consumistico si era retto sino ad allora.
Ci si chiede, dunque, come mai, nonostante queste politiche, negli anni Novanta ci sia stato un boom trainato dalla grande crescita americana dell’economia: la mia risposta è che Clinton e Greenspan, il presidente del Federal Reserve System, hanno creato il “sistema della lotteria”: cioè si sono guardati negli occhi chiedendosi: “come possiamo fare per sostenere la domanda? I salari non li possiamo aumentare, i trasferimenti pubblici non li possiamo utilizzare, le pensioni non le possiamo incrementare”. Per questo hanno lanciato un’immane “Gratta e Vinci” a livello nazionale: Greenspan era uno che si era fatto i soldi nella borsa, uno, quindi, che i meccanismi per farla salire li conosceva alla perfezione e così hanno innescato un incredibile boom di borsa che ha creato artificiosa ricchezza.
Una volta fatto il giuramento di fedeltà assoluta al sistema capitalistico, al consumismo, al degrado ambientale, occorre per lo meno farlo funzionare questo sistema e il binomio Clinton e Greenspan, a differenza dei politici nostrani, questo modello lo hanno saputo far funzionare. In che modo? Hanno messo in moto un meccanismo, appoggiandosi agli amici che gestivano i più grandi fondi pensione americani, e a quelli che gestivano i più grandi fondi integratori dei salari, facendo partire un boom di borsa senza precedenti, che oltretutto, per le leggi americane, ha ridistribuito direttamente ricchezza. A differenza del nostro sistema, dove i responsabili dei fondi inviano ai sottoscrittori annunci per lettera circa i potenziali guadagni, in America, dato che non hanno un sistema di previdenza pubblico, hanno creato un sistema di fondi pensione che, quando i guadagni di borsa crescono oltre certi livelli, sono costretti a ridistribuirli in contanti. Dipende poi da chi ha ricevuto questi soldi, se vuol cambiar la macchina, comprare i mobili, acquistare la casa, fare le vacanze o reinvestire nel fondo i soldi ricevuti: ma per lo meno i soldi sono stati restituiti. Similmente si sono comportati i fondi integratori dei salari creati dalle aziende che dicono al proprio dipendente: “ io ti do uno stipendio basso, però ti do anche delle opzioni sui titoli dell’azienda. Se le cose vanno bene, tu hai l’integrazione”. Attraverso questi meccanismi, con il boom, hanno messo soldi nelle tasche della gente. I “grandi analisti”, però, quelli che scrivono sulla stampa, o i miei colleghi accademici dicevano: “il boom americano è stato generato dalla new economy”, dato che non volevano riconoscere il grande impatto avuto sull’economia da una politica – seppur anomala come quella generata dal boom di borsa – di redistribuzione della ricchezza. In realtà, nella nostra lettura, si è trattato del boom della old economy, dato che, con quei guadagni insperati, i beneficiari cambiavano le macchine, cambiavano i mobili, cambiavano le case. Certamente la circostanza che si fosse sviluppata la new economy era positivo. Ma il problema era che il boom nasceva dal fatto che la gente aveva i quattrini nelle tasche e cambiava le macchine, non dal fatto che si potesse disporre di strumenti informatici più sofisticati, che anche oggi possono essere utilizzati, ma che non creano affatto alcuna crescita.
I pensionati, ragionando in termini di vecchie lire, finivano per guadagnare intorno ai tre milioni al mese, mentre i lavoratori, vendendo ogni tanto alcune delle opzioni dei titoli della propria azienda, riuscivano a trasformare un miserrimo stipendio di un milione e tre, un milione e quattro, in uno stipendio di tre milioni, tre milioni e mezzo. Addirittura, il licenziato, che un giorno entrava in azienda e il guardiano gli diceva: “senti… , c’è la tua roba là sopra…, portatela via al più presto”, era messo in condizioni di arricchirsi, dato che gli veniva fatto contemporaneamente un discorso di questo tipo: “vedi… ti buttiamo fuori come altri trentamila, però siccome noi ci auguriamo che con il tuo sacrificio l’azienda vada meglio, ti offriamo delle stock options, e cioè le opzioni sulle azioni della tua ex società”. Se il licenziato aveva il coraggio di tenere queste stock options e di non venderle appena guadagnava qualche cosetta, poteva diventare miliardario, perché il titolo cresceva non tanto per il risanamento dell’azienda, quanto piuttosto per l’incredibile boom che Alan Greenspan era riuscito a innescare.
Quando all’inizio del 2000, la borsa americana, nonostante Greenspan e nonostante Clinton, non andava più su, è crollato tutto quanto questo castello di sabbia: perché di nuovo il pensionato aveva un milione e tre nelle tasche, il licenziato aveva solo più carta straccia in mano, rappresentata dalle stock options, e l’integrazione dei salari era andata a pallino, riportando il reddito dei lavoratori al ridente milione e quattro. Se era la new economy che trainava, capisco un rallentamento del sistema, ma non il crollo che c’è stato. In realtà, era la old economy a trainare, in base alla vecchia teoria, che però nessuno vuole più riconoscere come valida, secondo la quale: “dà dei salari adeguati alla gente, fai crescere questi maledetti redditi, sostieni l’economia consumistica e vedrai che il ciclo, come per un miracolo, ripartirà sostenuto”.
Il pandino nostrano
Vi ho fatto questo ragionamento perché, invece, gli economisti di oggi insistono sulla priorità delle politiche di sostegno dell’offerta: tale idea in sé non è neppure sbagliata, dato che l’imprenditore è come il pandino delle foreste dello Sichuan, che si riproduce solo se il vento dal Gobi soffia con una temperatura di 27 gradi, ha bisogno di un certo tasso di umidità, il germoglio del bambù (che costituisce il suo nutrimento) deve essere sufficientemente sviluppato, perché altrimenti non lo digerisce, ma non troppo, perché altrimenti gli fora l’intestino. Questo imprenditore-pandino è chiaro che lo dobbiamo corteggiare, dato che tutti noi siamo convinti che va coccolato, perché è una categoria difficilissima da riprodursi. Però, una volta fatto il nostro giuramento di fedeltà assoluta alla figura del pandino nostrano, l’imprenditore appunto, abbiamo il problema di dove l’imprenditore vende tutto ciò che ha prodotto. E allora purtroppo, dobbiamo pensare a difendere anche il livello della domanda a opera del consumatore, che è certamente meno sensibile del pandino, dato che in qualsiasi condizione riesce a riprodursi. Tuttavia, perché il consumo si mantenga sostenuto, occorre che il consumatore disponga dei soldi da spendere sul mercato. Oltretutto c’è un grosso vantaggio in tutto questo, rappresentato dal fatto che appena i soldi aumentano nelle tasche dei consumatori meno abbienti, immediatamente vengono spesi. Non condividiamo affatto la teoria di Modigliani, per altro smentita dai fatti, che dice che i giovani risparmiano e i vecchi spendono: in realtà, chi ha pochi soldi, appena ne riceve qualcuno in più, li spende immediatamente. Si tratta di un meccanismo moltiplicatore incredibile che agisce sul sistema economico. L‘aver dimenticato il ruolo della domanda costituisce il primo pilastro dei rovinosi risultati delle politiche del “pensiero unico”.
Lo strapotere della finanza coperta da anonimato
Il secondo pilastro della rovina generata dalle attuali politiche è rappresentato dal sovradimensionamento della finanza. I nuovi responsabili della politica economica hanno incominciato a deregolamentare il mercato, garantendogli l’anonimato più assoluto, e hanno offerto la possibilità agli operatori di compiere ogni genere di operazione, al di fuori di ogni controllo.
Se andiamo in America, per aprire una tabaccheria nella 5th Avenue, dobbiamo avere il permesso della Camera di Commercio, dell’Unione dei tabaccai, della città di New York, della contea, dello Stato…. otto, dieci permessi per una tabaccheria. Se spostiamo, invece, i capitali che destabilizzano l’Argentina o la Turchia, non dobbiamo dire niente a nessuno. Cosa folle, assolutamente assurda.
Io sono stato allievo di Bobbio, e la prima cosa che Bobbio ci aveva insegnato, è che la libertà non è la possibilità di prendere una clava e cominciare a menare tutti i nostri vicini. La libertà di ognuno deve, infatti, essere compatibile con la libertà di tutti, e nessuno si sente schiavo se a Moretta è proibito passare nel centro cittadino ai 140 all’ora, perché la mia libertà deve essere compatibile con quella di tutti coloro che attraversano la strada, per cui non mi è negata la libertà, se devo girare nel paese ai 50 chilometri all’ora. Invece, nel campo della finanza, tutto è consentito, anche se tali operazioni distruggono interi paesi o aree geografiche.
Inoltre, accanto alla libertà assoluta, è garantito l’anonimato totale. La finanza, sin dall’inizio della storia, è sempre stata al servizio delle attività produttive, delle collettività, delle polis, degli Stati, degli Imperi, sempre in un ruolo di servizio. Lo stesso Giulio Cesare, prima di essere ucciso, aveva preso dei provvedimenti molto duri contro i finanzieri del tempo, costringendoli a restituire i soldi che avevano sottratto ai poveri debitori, varando delle norme durissime contro i tassi d’ interesse troppo alti, e contro gli speculatori, tanto che ho capito perché l’hanno assassinato: non aveva violato la legge della tutela della democrazia, ma la legge di tutela del quattrino. Cesare, aveva capito che quel meccanismo destabilizzava l’impero, e non a caso la decadenza dell’impero è stata una conseguenza, insieme a molte altre cause, anche del fatto che la finanza aveva finito per prevalere sull’economia reale. Dopo la morte di Cesare, i trafficoni della finanza hanno ripreso a dominare all’interno dell’economia romana a scapito delle attività produttive: si è poi cominciato a lasciar andare in decadenza le grandi strade imperiali, per cui i traffici si sono rallentati, tutta la gente giocava alle lotterie, e pochi pensavano a produrre. Per questo la finanza deve essere sempre lasciata in un ruolo subordinato, al servizio dell’economia reale. Il vecchio insegnamento della Chiesa della lotta contro l’usura era un insegnamento etico, ma era anche un insegnamento che difendeva gli interessi economici di fondo di un paese, avendo colto in anticipo i rischi rappresentati da coloro che si arricchivano attraverso le sole operazioni finanziarie.
La finanza “da casinò”
Che hanno fatto invece i nostri amici Reagan e Thatcher per non rischiare di farsi assassinare come Giulio Cesare? Hanno inventato nuovi strumenti di finanza. Non bastavano gli interessi al 12, al 17, al 25, al 35%, bisogna imporre un’accelerazione in più all’accumulo facile delle rendite finanziarie. E questa accelerazione venne garantita attraverso l’innovazione finanziaria: nuovi strumenti finanziari, che la Susan Strange ha giustamente definito “da casinò”, da case da gioco. Si punta sui derivati, sperando che esca il rosso o del nero; ma mentre l’uscita del rosso e del nero, se non avete truccato la pallina, dipende dal calcolo della probabilità, nella finanza si punta sul fatto che la quotazione delle azioni Ford salga e – se si hanno molti soldi a disposizione – acquistando le azioni Ford, si fa salire le sue quotazioni. Così si guadagna sia con l’ operazione tradizionale (l’acquisto di titoli), sia con l’operazione sui derivati, dato che si è verificato l’aumento su cui si era puntato: in tal modo, gli speculatori si assicurano guadagni spaventosi.
Risultato finale: ogni giorno vengono trattati sui mercati finanziari 1.800 miliardi di dollari, che vogliono dire tre milioni e seicentomila miliardi delle vecchie lire: tutto quello che l’Italia produce in un anno vale due milioni e cinquecentomila miliardi e tutto quello che ogni giorno il mondo della finanza si gioca sui mercati finanziari, è una volta e mezzo, una volta e tre quarti l’intero prodotto di un anno dell’Italia. Inoltre, il commercio del mondo vale seimila, settemila miliardi di dollari, che comprendono la vendita di tutti i servizi e la vendita di tutti i beni, avvenuta in un anno nel mondo, mentre in un giorno la finanza se ne gioca circa un terzo.
Si è creato, pertanto, un mostro di proporzioni immani, che ha provocato uno spostamento dell’investimento dal settore produttivo al settore finanziario. Questo ha avuto un ruolo diseducativo enorme. Per accumulare ricchezza facendo automobili ci vuole tempo, professionalità, ricerca, inventiva e si corrono anche enormi rischi, se si sbaglia un modello. Nel campo della finanza, invece, si possono accumulare enormi ricchezze in pochi mesi, senza correre rischi eccessivi, se si dispone di elevati capitali. Per questo mi fanno simpatia e tenerezza tutti coloro che ancora si ostinano ad accumulare ricchezza, seguendo l’irto e astruso sentiero rappresentato dalla produzione di beni.
Tra l’altro, è stata proprio la facilità dei guadagni di borsa ad attirare le organizzazioni mafiose di tutto il mondo (triade cinese, yakuza giapponese, mafia russa e cosa nostra italiana), le quali, approfittando dell’anonimato che circonda le operazioni su questi mercati finanziari, di fatto sono diventate padrone di molte delle public company statunitensi e dettano legge sui mercati finanziari di tutto il mondo.
Ai signori della finanza, tuttavia, non bastavano ancora i già facili guadagni ottenuti e si sono inventati il sistema della leva (leverage). Questo significava che con i soldi di cui disponevano non comperavano direttamente i titoli: questi soldi venivano, invece, dati alle banche in garanzia di acquisti molto più consistenti. Naturalmente in questo modo si aumentava il valore dei titoli acquistati: più titoli si acquistavano dando in garanzia una identica somma di denaro e più scendeva il valore della garanzia. Infatti, 500 milioni rappresentano il 5% di 10 miliardi, mentre rappresentano il 10% di 5 miliardi. Più alta è la percentuale data in garanzia e minore è il valore dei titoli che posso acquistare. Naturalmente, quando il titolo acquistato sale non ci sono problemi e la garanzia, per quanto piccola, non viene utilizzata. Se, invece, il titolo scende, le banche con le quali ho fatto l’operazione sono autorizzate a sbarazzarsi dell’acquisto da me effettuato, rivendendolo sul mercato, non appena le perdite accumulate si avvicinano al 5% della garanzia. In tal caso io speculatore ho perso tutto il mio capitale originario di 500 milioni. Se però l’operazione va bene è come se avessi guadagnato su un capitale rappresentato da 10 miliardi di azioni. Questo sistema, grazie all’effetto leva, consente di ottenere guadagni enormemente più alti che se avessi investito direttamente la somma data in garanzia. Il rischio, tuttavia, è elevato, ma se lo speculatore – come si diceva più sopra – dispone di grandi masse di denaro liquido, è per lui molto facile che attraverso operazioni mirate egli faccia muovere il titolo nella direzione sperata.
Questo sistema, ha garantito a Soros, lo speculatore americano di origine ungherese, una massa enorme di guadagno. Egli, infatti, è solito ripetere che un simile sistema è amorale, ma che se esiste non c’è ragione per cui lui non ne debba approfittare.
La Tobin Tax
Arriviamo dunque al problema della Tobin Tax: James Tobin, che ho avuto la fortuna di conoscere, nel 1972 quando si ruppe l’equilibrio di Bretton Woods, il dollaro diventò inconvertibile in oro e si svalutò per la prima volta, facendo partire la grande “buriana” della speculazione mondiale sui cambi e sui mercati finanziari, propose di tassare le operazioni di natura prettamente speculativa, al fine di raccogliere i soldi per fare le grandi riforme nei paesi del sottosviluppo.
Io sono stato uno dei paladini della Tobin Tax quando il mondo della finanza poteva ancora vagamente essere tenuto sotto controllo: la Tobin Tax è una cosa giustissima. Dove stanno, dunque, le mie attuali perplessità? Alcune le ho già scritte nella prefazione del libro di Michalos sulla Tobin Tax, pubblicato in Italia per la prima volta nel 1999. Ma rispetto all’uscita di questo libro le cose sono ancora peggiorate.
La finanza crea dei grossi guai: dal 1995 ci sono state 7 o 8 crisi finanziarie che hanno distrutto intere aree del mondo, come il Messico, il sud-est asiatico, la Russia, il Brasile, la Turchia, l’ Argentina. Sono crisi che lasciano il segno quando passano: le proprietà cambiano di mano e nella maggior parte dei casi finiscono sotto il controllo degli americani. I diabolici strateghi americani non sbagliano alcuna mossa e, purtroppo, portano il mondo verso l’inferno. Nel caso del sud-est asiatico avevano capito che il Giappone utilizzava quell’area come back office, ossia l’ufficio dove viene svolto tutto il lavoro di base, come la componentistica prodotta a basso prezzo. Quando hanno costruito artificialmente la crisi di quell’area, al Giappone hanno tagliato la terra sotto i piedi, e questo stato è entrato in una crisi molto grave, perché non ha più potuto contare su coloro che gli costruivano le componenti a basso prezzo, come in precedenza.
Il Brasile ha dovuto addirittura modificare la costituzione per autorizzare lo sfruttamento delle miniere e dei giacimenti petroliferi da parte degli Stati Uniti, dato che in precedenza questi ultimi potevano essere solo sfruttati da imprese nazionali.
Le crisi della Russia e della Turchia sono state usate, invece, per mettere in ginocchio la Germania, che ha investito parecchi miliardi in quelle aree.
La crisi del Messico è stata fatta scoppiare proprio poco prima dell’ingresso del paese nel Nafta, nel 1995: dopo la crisi, gli americani sono andati là e hanno comprato a un decimo di quello che valeva prima della crisi tutto quello che c’era da comperare.
La finanza è, dunque, in una situazione talmente drammatica con la sua carica di morti, tragedie, suicidi, famiglie distrutte, intere economie ributtate indietro di 40 anni, che la Tobin Tax va benissimo, ma purtroppo non basta più: è una bandiera che, tuttavia, ci sprona ad andare più avanti, dato che il nemico da combattere è cresciuto e usa armi più sofisticate. Tuttavia, quando ho fatto questo discorso al grande convegno nazionale di Mani Tese, e tutti gli astanti erano con le orecchie alzate a sentirmi parlare, l’organizzazione di fatto mi ha tolto la parola, coprendo le mie osservazioni con scroscianti applausi: in quell’occasione sono stato azzittito con questa forma originale di boicottaggio. Per questo mi sono sorti seri dubbi sugli interessi finali che stanno dietro a certe organizzazioni, come Mani Tese.
Cosa bisogna fare, allora, oltre la Tobin Tax? Occorre combattere contro gli strumenti artificiali che provocano queste crisi.
Le grandi crisi finanziarie non sono il prodotto naturale delle cose. Attraverso vendite fittizie di valuta da parte delle banche locali alle grandi banche trasnazionali, con operazioni di swap in valuta a brevissimo termine, vengono effettuati gli attacchi speculativi, contro la moneta destinata a svalutare. Le operazioni di swap implicano l’impegno a vendere questa moneta, che poi viene offerta sulle maggiori piazze internazionali dalle grandi banche trasnazionali acquirenti. Questo comportamento provoca la svalutazione del cambio e, a fine giornata, la moneta attaccata viene riacquistata con un esborso decisamente inferiore rispetto all’incasso ottenuto alla mattina, e restituita alle banche locali.
Questo giochetto lo facevano già in Italia, contro la lira: la grande svalutazione della lira è stata una cosa costruita artificialmente. Intendiamoci: c’è una svalutazione effettiva dovuta alla debolezza di un valuta e certamente la lira non era così forte come il marco, ma non era neanche in condizioni di passare da 143 – il cambio nel 1972 – a 1300 lire, che era il cambio un po’ prima dell’entrata nell’euro, rispetto al quale, per fortuna, abbiamo poi recuperato qualche punto percentuale.
Lo strumento che loro usavano contro la lira era lo stesso che oggi usano contro le monete dei paesi in difficoltà. Attraverso operazioni di swap in valuta, le lire ottenute venivano giocate per abbassarne il valore. Per questo le banche, nella crisi argentina, sono state chiuse: perché i soldi dei poveri risparmiatori argentini sono stati “swappati”, con spostamenti dalle banche argentine verso la piazza di New York e ceduti alle grandi banche americane, che a loro volta li offrono sui mercati internazionali.
Questa operazione è avvenuta per venti, venticinque anni, anche nel nostro paese senza che nessuno dicesse niente. La lira era debole, certo, ma non così debole da creare i disastri che ha creato. Chi ha cominciato l’operazione? L’ha cominciata Guido Carli. Facendo che cosa? Swap sulle lire, con le grandi banche tedesche, francesi, inglesi. La prova è data dal fatto che quando Carli ha lasciato la Banca d’Italia senza neppure più una lira di riserva (e per fortuna che lo presentavano come il “salvatore della lira”!), arrivò Paolo Baffi, con Mario Sarcinelli direttore generale della Banca d’Italia. Essendo due persone che conoscevano i mercati e avendo visto la tragica realtà in cui l’Italia era caduta, hanno adottato un provvedimento molto semplice e chiaro: proibire le operazioni swap contro la lira inferiori ai sette giorni. La speculazione ha cessato immediatamente e nell’arco di sei mesi l’inflazione che era oltre al 20% è scesa all’8%. La lira non ha più perso, l’inflazione è rientrata e la situazione sembrava risanata. Tuttavia, questo drastico intervento non è piaciuto ai poteri forti che dominavano allora il paese. Che cosa è successo contro questa politica che aveva stabilizzato il paese?
Baffi, per il fallimento di una microscopica banca in Sardegna, ricevette un avviso di garanzia, e a quei tempi avviso di garanzia implicava le dimissioni immediate e Mario Sarcinelli, uno dei più bravi banchieri che abbiamo avuto, è finito in galera! Tanto per dare un segnale…
I successori di Baffi e di Sarcinelli, appena nominati, hanno ripristinato la possibilità di giocare con gli swaps in valuta contro la lira ed è ripresa la corsa speculativa al ribasso.
Chi era, dunque, che voleva gli swaps in valuta, per indebolire rapidamente la nostra moneta? Tale operazione consentiva di svilire il valore della lira e di far ripartire la grande sarabanda, dominata da proclami del tipo: “Il paese deve fare sacrifici, perché la debolezza della lira è congenita, e nonostante gli sforzi che stiamo facendo, perde in continuazione di valore”.
Quando abbiamo dovuto entrare nell’ euro, i grandi editorialisti della stampa nostrana si chiedevano: “Come faremo a resistere entrando nell’ euro? Se la lira ha veramente perso quel che ha perso nell’arco di oltre vent’anni, come è possibile resistere in un sistema a cambi fissi? Magari entriamo, ma poi, dopo pochi mesi, siamo costretti ad uscire ed esplode tutto il sistema”.
E invece noi ci accorgiamo che, essendo la svalutazione di quella portata, una operazione costruita artificialmente, non solo dalla Fiat, ma con l’accondiscendenza di Germania, Francia, Olanda, Regno Unito e altri, il risultato finale dell’ingresso nell’euro è stato sorprendente: i paesi, fanalino di coda della stabilità monetaria, come Italia, Spagna e Grecia, non solo non hanno avuto difficoltà con la moneta unica, ma hanno conseguito anche risultati migliori dei primi della classe.
Oggi, in difficoltà, si trovano coloro che per oltre vent’anni hanno alimentato, con operazioni artificiose, la svalutazione della lira, per nulla preoccupati che quel tipo di politica potesse distruggere gravemente l’economia del paese. Coloro, invece, che hanno drammaticamente subito questa politica, vivono oggi un momento di grande euforia e conquistano quote di mercato, dato che finalmente riescono a giocare contro avversari che non dispongono più di carte truccate. Naturalmente la stampa nostrana non parla di questi protagonisti minori del sistema industriale, ma parla delle quote di mercato perse da coloro che avevano beneficiato, per oltre vent’anni, di questa politica nefasta di selvaggia svalutazione della lira.
Andare oltre la Tobin Tax
Arriviamo alla Tobin Tax: occorre accompagnare questa iniziativa con la richiesta di proibizione delle operazioni swap in valuta. Solo in questo modo, oggi, si riesce a bloccare la speculazione che distrugge, a turno, diverse aree del mondo. Combattendo le operazioni swap, come è già stato sperimentato in Italia, in sei mesi si è riusciti a riequilibrare tutto.
Il problema dell’Argentina per esempio qual è: Cavallo, come elemento di rottura per un paese che aveva il 6000% di inflazione, ha realizzato l’ancoraggio al dollaro. Si tratta di un elettroshock: dopo, però, non è accettabile né l’ancoraggio con il dollaro, né la svalutazione artificiale generata dalle operazioni di swap. Occorre lasciare che sia il mercato a definire il tasso di svalutazione corretto. Se ci sono pesos in giro per il mondo, è giusto che si svaluti; ma non dobbiamo far finta che tutti i pesos offerti dalle banche di deposito argentine determinino il nuovo tasso di cambio: in questo caso non c’è salvezza per il paese.
Esiste, dunque, una via di mezzo tra la politica scioccante di un peso che vale un dollaro e uno svilimento della moneta ottenuto attraverso strumenti non corretti, giustificati esclusivamente da una volontà di distruggere la credibilità del paese e di consentire agli americani di comperare con un decimo di dollaro quello che una volta potevano comprare con un dollaro.
Firmiamo pure per la Tobin Tax, lottiamo pure per la sua realizzazione, ma ormai le tecnologie sono così sofisticate che questo tipo di operazioni non devono più passare, come una volta, attraverso le banche, ed è quindi molto difficile poter individuare i soggetti sui quali applicare l’imposta. Occorre anche intervenire proibendo le operazioni che consentono di distruggere artificiosamente un’economia prospera. In Francia, il governo Mitterand la prima cosa che faceva quando gli attaccavano il franco, era di proibire le operazioni a breve contro la propria valuta.
Mi chiedo allora perché Mani Tese, oltre alle firme per l’introduzione della Tobin Tax, non lotti anche per bloccare queste nefandezze. Se non ho una risposta a questi miei dubbi, mi sorge il sospetto che ci faranno lottare per sei anni per la Tobin Tax, raccogliendo un numero altissimo di firme e sarà poi il governo Berlusconi stesso a dire: “Io varo la Tobin Tax!”, dato che l’operazione non ha più alcun valore concreto e i grandi speculatori continueranno a destabilizzare l’Argentina da un cascinale di Moretta, digitando con un corrispondente che si trova a Tokyo o da qualche altra parte del mondo.
Il problema è che dobbiamo renderci conto della complessità delle cose! Non possiamo giocare su degli slogan. E allora firmiamo pure, ma siamo coscienti che la lotta è di dimensioni enormemente più ampie.
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