La rivista Micromega ha promosso, a margine del salone del Libro di Torino, una conferenza sulla “Primavera dei Movimenti” che ha registrato la partecipazione e gli interventi, tra gli altri, di Nicola Tranfaglia, Paolo Flores D’Arcais, Francesco Pardi, Gianfranco Bettin, Gianni Vattimo, Curzio Maltese, Marco Travaglio e Giancarlo Caselli. Zatopek ha rivolto, alla conclusione dell’incontro, alcune domande a due dei protagonisti di questa “primavera dei movimenti”: il Professor Francesco “Pancho” Pardi e Gianfranco Bettin, Pro-Sindaco di Mestre e vice Presidente dei Verdi.
Quale dev’essere, nel breve periodo, l’obiettivo che devono porsi le forze di centro-sinistra per contenere l’affermazione della destra in Italia e in Europa?
Pardi: “Occorre agire su due livelli diversi; quello che io considero fondamentale è quello di riuscire a separare la destra normale dalla destra anormale. Se infatti l’Italia fosse governata da un’alleanza di destra nella quale la carica di Presidente del Consiglio fosse ricoperta da una persona come Casini, che non è proprietario di canali televisivi, che non ha alcun conflitto di interessi, probabilmente manifestazioni come quella del Palavobis o lo stesso movimento dei girotondi non avrebbero avuto ragione d’essere. Il probema, pero’, è che in Italia l’alleanza di centro-destra è nei fatti egemonizzata da una persona che non dovrebbe neppure sedere in Parlamento, né tantomeno stare a Palazzo Chigi, dato che ha un conflitto d’interessi di proporzioni mondiali. Questo è dunque l’obiettivo minimo: persuadere l’elettorato che non è ammissibile che un paese democratico venga governato dall’uomo che controlla la maggioranza dei mezzi di informazione. Chi possiede le TV non faccia politica e chi fa politica non abbia televisioni”.
Bettin: “Se ci rapportassimo con una destra normale, la sconfitta elettorale dovrebbe essere un’occasione per una normale rielaborazione di linee di azione politica. Oggi tuttavia, alla sconfitta ha fatto seguito una vera e propria emergenza democratica. Alle considerazioni fatte dal Professor Pardi,che condivido, aggiungerei il fatto che è innegabile che la politica del Governo apre contraddizioni con la sua stessa base sociale, che invece di essere stata fatta razionalmente meditare su di una proposta programmatica seria è stata in un certo senso ipnotizzata con una serie di bei sogni e di false promesse. La realtà dei fatti è che, invece, le questioni delle quali fino ad oggi si è occupato il Governo sono mirate alla tutela di interessi ben determinati”.
Professor Pardi, qual è, secondo lei, il metodo migliore per riaccendere l’interesse dei giovani per la politica?
Pardi: “I ragazzi non debbono lasciarsi scoraggiare dall’impenetrabilità dei partiti, che spesso si rivelano totalmente chiusi agli interessi delle giovani generazioni. A mio parere, gli strumenti più efficaci per stimolare il loro interesse per la politica sono principalmente due: in primo luogo, occorre aprire le assemblee decisionali dei partiti anche ai non iscritti, in modo che i giovani possano partecipare a queste assemblee ed esprimere le proprie idee con la consapevolezza di non essere per ciò stesso compromessi all’interno di un’organizzazione; in secondo luogo, poi, occorre stimolare una vera dialettica tra gli elettori ei i loro rappresentanti ed il modo migliore per farlo è quello di sottoporre i candidati alle elezioni, che oggi, in buona parte, sono espressione della nomencaltura dei partiti, al vaglio delle primarie, una mossa che avrebbe il doppio vantaggio di fungere da collaudo delle candidature e di sbloccare l’accesso alle cariche politiche anche a figure non necessariamente imposte dai vertici.”
Concretamente, i movimenti spontanei nati in questi ultimi mesi possono avere un futuro?
Bettin: “Penso che abbiano un futuro tutte quelle forme di mobilitiazione, di coinvolgimento, di iniziativa non convenzionali, capaci cioè di proporre delle innovazioni anche nello stile della comunicazione e dell’aggregazione. Ciò che determina il successo di una manifestazione, infatti, (come si è visto nel Marzo scorso a Milano), dipende dal quadro nel quale essa si colloca, dal modo in cui ci si arriva e, infine, dalla capacità di attivare processi di coinvolgimento nuovi. Anche i girotondi, pur nella loro semplicità, non sono che un mezzo, tra i molti praticabili, che ci si è inventati per rompere gli schemi stantii della comunicazione politica”.