Perchè un’altra guerra?
Gennaio 28, 2003Il Middle East Research and Information Project è un centro americano indipendente, che da trent’anni informa in modo sistematico sugli avvenimenti mediorientali attraverso la rivista “MERIP Report”. Il sito internet è una fonte inesauribile di documenti e analisi difficilmente rintracciabili sugli organi di informazione “mainstream”.
Dopo che entrambe le Camere del Congresso hanno garantito alla Casa Bianca l’autorizzazione per un attacco militare guidato dagli Stati Uniti per rovesciare il regime di Saddam Hussein in Iraq, George W. Bush ha affermato che “l’America ha parlato con una voce sola” riguardo alla “minaccia mortale” posta dai presunti programmi iracheni di sviluppo di armi di distruzione di massa. Ma buona parte dell’opinione pubblica statunitense si è mostrata poco convinta del fatto che l’Iraq metta effettivamente in pericolo l’unica superpotenza del pianeta. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvata l’8 novembre del 2002 ha rispecchiato l’accordo internazionale sul fatto che le irrisolte questioni riguardanti gli armamenti iracheni debbano essere affrontate attraverso ispezioni rigorose, non con la guerra. Bush non è riuscito a provare l’esistenza di una minaccia incombente proveniente dall’Iraq. L’insistenza sulla guerra da parte della sua amministrazione richiede spiegazioni alternative.
L’Amministrazione Bush è costituita in larga parte da neo-conservatori che hanno passato il decennio successivo alla Guerra del Golfo a criticare da destra la politica sull’Iraq del Presidente Bill Clinton. Con la fine degli anni Novanta, gli Stati Uniti e, in minor misura, la Gran Bretagna, mostrarono segni di frustrazione di fronte all’incrinatura del consenso interno ed internazionale alle sanzioni inflitte all’Iraq, così come per il fallimento di causare la caduta di Saddam Hussein attraverso le sanzioni e il “contenimento”. Invece di un cambiamento di regime, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno assistito al crescente successo del progetto di auto-riabilitazione del regime iracheno, e ad una crescente convinzione nella pubblica opinione che il disastroso impatto umanitario delle sanzioni fosse un prezzo troppo elevato da pagare per il contenimento di Hussein. I neo-conservatori sostenevano, con un considerevole fervore, che la sfida irachena giustificasse una azione militare statunitense più robusta dei periodici bombardamenti di Clinton.
La convergenza di questi fattori – il declino del consenso, l’impopolarità delle sanzioni, la sopravvivenza del regime e la sfida ideologica dei neo-conservatori – ha condotto alla resa dei conti tra Saddam Hussein e l’Occidente, prevedibile fin dal momento in cui Bush acciuffò la Casa Bianca nel 2000. Dopo gli attacchi dell’11 settembre a New York e a Washington, i neo-conservatori hanno afferrato l’opportunità di una resa dei conti con la loro bestia nera a Baghdad.
La nascita di un regime
Il partito Ba’th, adesso guidato da Saddam Hussein, è ininterrottamente al potere dal 1968. I funzionari del regime hanno sviluppato un sistema di governo sempre più autoritario, basato sul controllo statale delle fiorenti riserve petrolifere e su una feroce repressione di qualunque oppositore o critico – partiti comunisti, curdi, e partiti religiosi associati alla maggioritaria comunità sciita. Attraverso una combinazione di forza e incentivi, il regime ha preservato la sua ristretta base di potere. L’apparato di partito ha adesso diluito la sua importanza, essendo stato eclissato da Saddam stesso, la sua famiglia e stretti alleati e selezionati servizi di sicurezza. L’originaria ideologia del Ba’th era pan-araba, ma negli anni Ottanta il partito cominciò a parlare il linguaggio del nazionalismo iracheno per unire le diverse popolazioni contro i nemici esterni. La retorica irachena del partito Ba’th rimase largamente secolare fino agli anni Ottanta e Novanta, quando il regime comincio sempre più a riferirsi all’Islam per cooptare la potenziale opposizione islamica all’interno dell’Iraq e per sfruttare la solidarietà islamica all’esterno. Le parole “Dio è grande” apparvero per la prima volta sulla bandiera irachena il 13 gennaio del 1991 – tre giorni prima che gli Stati Uniti cominciassero a bombardare Baghdad.
Fino alla metà degli anni Ottanta, le ricchezze petrolifere consentirono al regime di avviare la realizzazione di un impressionante sistema di Welfare State, mentre gli investimenti governativi in favore del sistema di irrigazione, dell’educazione, della sanità e di altri settori contribuirono ad innalzare considerevolmente gli standard di vita del cittadino iracheno comune. La relativa prosperità dell’Iraq lo trasformò in un magnete capace, fino al 1990, di attirare lavoratori stranieri provenienti dall’Egitto, dallo Yemen e da altri paesi arabi più poveri. Ma otto anni di una guerra altamente distruttiva contro l’Iran cominciarono a sgretolare queste conquiste, costringendo a concentrare le risorse finanziarie dello stato sulla espansione dell’esercito iracheno per numero di soldati e per l’equipaggiamento, e successivamente nella ricostruzione e nel riarmo. Il crollo del prezzo del petrolio nel 1986 erose ulteriormente la posizione fiscale del regime.
Le entrate derivanti dal petrolio e il supporto finanziario garantito dagli stati del Golfo permisero al regime di Saddam Hussein di sopravvivere alla guerra con l’Iran. In aggiunta al sostegno proveniente dagli alleati di lungo corso dell’Iraq, Unione Sovietica e Francia, giunse un più inaspettato aiuto da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, che si “collocarono” a fianco dell’Iraq contro l’Iran. Dopo la guerra, gli eserciti e le compagnie di costruzione occidentali gareggiarono per ottenere contratti con l’Iraq, con i governi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia e Russia che favorivano la vendita di armi e la stipula di contratti, specialmente costituendo linee di credito.
L’Amministrazione del Presidente Reagan protestò solo flebilmente per le spaventose condizioni dei diritti umani in Iraq – incluso l’uso di armi chimiche contro le truppe iraniane e contro i Curdi iracheni nel corso delle operazioni “Anfal” del 1987-1988 – e bloccò una risoluzione del Senato che voleva imporre sanzioni. Ma la posizione delle potenze occidentali, in particolare da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna, nei confronti dell’Iraq cambiarono radicalmente con l’invasione del Kuwait del 1990.
Tempesta nel deserto
Mentre i governi iracheni avevano periodicamente avanzato pretese sul Kuwait per anni, l’invasione del 1990 era direttamente sostenuta da motivazioni legate alle severe pressioni fiscali generate dalla guerra tra Iraq e Iran. Alla ricerca di entrate, l’Iraq tentò di cancellare i prestiti contratti nel corso della guerra con l’Iran, disputò i livelli di produzione petrolifera del Kuwait e lo accusò di spillare petrolio dal giacimento di Rumalia che si stende quasi interamente entro i confini dell’Iraq. Avviando l’invasione Saddam Hussein sembrò aver mal interpretato gli interessi americani e quelli più generali dell’area araba. Pensava che, sulla base della precedente disposizione amichevole e il desiderio di contratti, gli Stati Uniti sarebbero stati inclini a soluzioni negoziate. Sebbene Hussein conoscesse la preoccupazione di Washington per la sicurezza dei giacimenti petroliferi dell’Arabia Saudita del dopo-invasione, non valutò esattamente la convinzione che la famiglia reale saudita non avrebbe permesso a soldati non-musulmani di installarsi sulla terra dell’Arabia Saudita. Il fatto che l’Iraq invase il Kuwait, uno stato sovrano, consentì al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di costituire una vasta alleanza in favore di un’azione contro l’Iraq, includendovi gli stati-chiave dell’area araba, Siria ed Egitto, così come gli alleati tradizionali degli Usa, Arabia Saudita e Turchia.
La Risoluzione 661 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, approvata nell’agosto del 1990, impose l’ingiunzione di estese sanzioni economiche riguardanti le importazioni, le esportazioni e i movimenti finanziari iracheni. Le sanzioni vennero intese solo per pochi mesi, al fine di forzare il ritiro dei soldati iracheni dal Kuwait. Nel frattempo gli Stati Uniti, affiancati dalla Gran Bretagna, avviarono un consistente stanziamento di truppe nel Golfo, inclusa l’Arabia Saudita, e sostennero vigorosamente la necessità di un intervento militare. Nel novembre del 1990, l’insistenza statunitense produsse la Risoluzione 678 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che prevedeva il ricorso a “tutti i mezzi necessari” per porre fine all’invasione del Kuwait. L’Unione Sovietica, in quel tempo invischiata in scompigli politici, era decisa a seguire gli altri membri del Consiglio di Sicurezza. La Cina, in seguito a forti pressioni statunitensi, si astenne.
Numerosi sforzi diplomatici da parte di Arabi, Europei e Sovietici, volti a scongiurare la guerra, non sortirono alcun effetto, con gli Stati Uniti irremovibili nella richiesta di un ritiro senza condizioni dell’Iraq dal Kuwait. Nel dicembre 1990, la stampa riportò l’affermazione di ufficiali americani che definivano uno “scenario da incubo” il ritiro pacifico dell’Iraq, perché l’Iraq avrebbe poi portato le sue controversie con il Kuwait al tavolo dei negoziati. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna rifiutarono inoltre i tentativi di legare la soluzione della crisi del Golfo a quella del conflitto israelo-palestinese, inclusa una proposta francese dell’ultima ora secondo cui l’Iraq si sarebbe ritirato se gli Stati Uniti avessero acconsentito a convocare una conferenza internazionale per la pace in Medio Oriente. L’attacco aereo partì il 16 gennaio del 1991. I bombardamenti causarono forti danni all’infrastruttura civile dell’Iraq, compresa la generazione di energia elettrica e di acqua e le strutture sanitarie. Nonostante le preoccupazioni per il coinvolgimento dei civili iracheni e il lancio di missili Scud da parte dell’Iraq contro Israele, la coalizione araba resse.
L’operazione “tempesta nel deserto”, la breve guerra di terra che seguì il bombardamento aereo, spinse le truppe irachene fuori dal Kuwait. Le truppe alleate le inseguirono solo fino alle periferie delle città meridionali di Bassora e Nasriyya. Il Presiedete George Bush e altri leader della coalizione decisero di non proseguire i combattimenti all’interno dell’Iraq, in parte per assecondare le preoccupazioni saudite di prevenire l’autonomia degli Sciiti, in parte per limitare l’influenza iraniana nell’Iraq del dopoguerra, e in parte per il timore di vedersi impantanati in combattimenti prolungati.
The Day After
Il ritiro dell’esercito iracheno incoraggiò una sollevazione contro il regime di Hussein nel sud sciita, dovuta non in piccola parte dalle sollecitazioni di Bush durante la guerra affinché l’esercito e la popolazione irachena “prendessero in mano la situazione”. Temendo l’influenza dell’Iran sulle forze ribelli, le forze della coalizione rimasero pronte fino a quando Baghdad non soppresse forzatamente la sollevazione. L’accordo di cessate il fuoco firmato il 2 marzo 1991 impedì agli aerei iracheni di sorvolare il sud del paese ma non impedì l’utilizzo di armamenti pesanti, che divenne un significativo fattore degli sforzi del regime nel riconquistare il controllo.
Il contrattacco iracheno contro i ribelli curdi del nord condusse ad un esodo di massa. Ai rifugiati era permesso di attraversare il confine iraniano, mentre il governo turco di rifiutò di concedere l’ingresso a molti rifugiati, abbandonandoli sulle montagne bloccate dalla neve. Questo enorme disastro umanitario indusse la coalizione della Guerra del Golfo ad inviare forze per garantire un “rifugio sicuro” nell’angolo nord-occidentale dell’Iraq. Venne anche istituita una “zona interdetta al volo” (no-fly zone) al di sopra del 36° parallelo di latitudine, inizialmente per proteggere le truppe alleate. La zona rimase istituita anche dopo che le truppe alleate abbandonarono la regione nel giugno-luglio 1991. Nell’ottobre del 1991, dopo una serie di scontri con le forze curde, il governo centrale ritirò tutte le sue truppe e lo staff amministrativo dalle zone settentrionali controllate dai Curdi, bloccò tutti i fondi governativi e istituì un embargo sui beni che attraversavano le zone curde. L’embargo interno non venne alleggerito fino al 1997.
Nell’aprile del 1997 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione 687, che delineò i termini del cessate il fuoco: eliminazione dei programmi iracheni di sviluppo di armi chimiche, biologiche e nucleari, smantellamento dei missili a lungo raggio, un sistema di ispezioni di verifica della conformità ai dettami, accettazione di un confine tra Iraq e Kuwait definito dalle Nazioni Unite, pagamento di un compenso di guerra e il ritorno delle proprietà e dei prigionieri di guerra kuwaitiani. La Risoluzione 687 ha costituito la base per molte delle susseguenti azioni dell’Onu riguardanti l’Iraq. La Risoluzione 688, votata pochi giorni dopo, dopo che l’Iraq soffocò la ribellione nel nord del paese, richiedeva che l’Iraq “cessasse quella repressione”, ma non prevedeva esplicitamente l’uso della forza militare per ottenere il rispetto. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, comunque, si sono consistentemente riferiti alla UNSC 688 per giustificare la permanenza, e il periodico bombardamento, delle no-fly zone e come una ulteriore condizione per l’alleggerimento delle sanzioni.
Le ispezioni in Iraq
La Commissione Speciale dell’Onu (UNSCOM), istituita per verificare il rispetto da parte dell’Iraq delle disposizioni sugli armamenti stabilite dalla Risoluzione 687, entrò per la prima volta in Iraq nel 1991, e le ispezioni dell’UNSCOM e dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) continuarono fino al dicembre 1998. Sebbene l’UNSCOM riuscì a localizzare e distruggere la maggior parte dei siti di produzione delle armi di distruzione di massa, le sue ispezioni sono state frequentemente contestate dall’Iraq, che ha impedito l’accesso a determinati siti e occultato documenti.
Dal 1994 si aprì una chiara spaccatura tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza circa i progressi delle ispezioni. Francia e Russia volevano ricompensare specifiche azioni di cooperazione da parte dell’Iraq con un graduale miglioramento dell’isolamento economico del paese, inclusa una “mappa stradale” verso la riduzione delle sanzioni, mentre Usa e Gran Bretagna rifiutarono di prendere in considerazione tali misure. La disputa fu accesa da critiche ambiguità nelle condizioni di alleviamento dell’embargo presenti nei paragrafi 21 e 22 della Risoluzione 687. Il paragrafo 22 sembra concedere l’eliminazione dell’embargo sulle importazioni internazionali da parte dell’Iraq – primariamente petrolio – una volta che l’Iraq avesse osservato tutte le clausole relative alle armi di distruzione di massa. Francia e Russia sostenevano una convergenza su questa clausola. Il paragrafo 21 era più ampio: si sarebbero potute riprendere le esportazioni internazionali verso l’Iraq solo quando si fosse ritenuto che avesse rispettato “tutte le risoluzioni rilevanti dell’Onu”. Stati Uniti e Gran Bretagna hanno preso questo riferimento per includere la Risoluzione 688, che riguarda il trattamento dell’Iraq nei confronti dei Curdi e degli Sciiti, e spingeva al mantenimento delle sanzioni come priorità assoluta.
La spaccatura tra Usa e Gran Bretagna da una parte e Francia e Russia dall’altra si estese, e le ispezioni sugli armamenti continuarono in un’atmosfera sempre più ostile. Nel 1997, emersero evidenze che gli Usa, e probabilmente Israele, avevano ricevuto informazioni di intelligence nel corso delle ispezioni dell’UNSCOM. Rolf Ekeus, capo dell’UNSCOM dal 1991 al 1997, alla fine di luglio 2002 confermò ad una radio svedese che gli ispettori statunitensi avevano raccolto informazioni al di fuori del mandato dell’organizzazione, ad esempio sui movimenti di Saddam Hussein. Le rivelazioni circa le informazioni raccolte dai servizi segreti conferirono credibilità alle proteste irachene sul fatto che le ispezioni stavano violando la sua sovranità, ed erosero il supporto internazionale alle tattiche aggressive dell’UNSCOM.
Domande senza risposta
A dispetto degli ostacoli politici, le ispezioni sugli armamenti negli anni Novanta hanno raggiunto importanti risultati. Le ispezioni dell’UNSCOM hanno rivelato un programma nucleare clandestino che, secondo una dichiarazione dell’AIEA, avrebbe condotto alla produzione di un’arma utilizzabile nel dicembre 1992, se l’Iraq avesse proseguito nel progetto. I rapporti finali dell’UNSCOM e dell’AIEA prodotti dopo il ritiro dall’Iraq affermavano che le riserve nucleari dell’Iraq erano esaurite e suggerivano che buona parte dei sistemi di lancio a lunga gittata erano stati distrutti. Numerosi studi indipendenti, il più recente dei quali prodotto dall’Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra, concludono che anche se l’Iraq mantiene le conoscenze scientifiche per costruire un’arma atomica, non possiede il necessario materiale fissile.
Rimangono questioni aperte circa la capacità chimica e biologica dell’Iraq. Negli anni Novanta gli ispettori hanno distrutto 38.500 testate chimiche proibite e milioni di litri di agenti chimici. L’Iraq dichiara di aver eliminato di sua spontanea volontà ulteriori 30.000 armamenti e tonnellate di agenti chimici addizionali, ma l’UNSCOM non è stata in grado di verificare questa affermazione prima di dover lasciare il paese. Nell’agosto del 1995, l’Iraq ammise di aver prodotto grandi volumi di materiale biologico ad uso militare da utilizzare nella Guerra del Golfo de 1990-91. L’UNSCOM non ha mai individuato queste riserve, che l’Iraq ha affermato di aver distrutto. Alcuni precedenti ispettori, insieme ai governi statunitense e britannico, si riferiscono a questi materiali chimico e biologico come “perduti” o “non rintracciabili” e ritengono che l’Iraq sia riuscito a celarli dalle ispezioni.
Sulla base dei rapporti del 1997 forniti dall’AIEA, la Russia fece raccomandazione affinché fosse chiuso il fascicolo nucleare per l’Iraq, ancora per stabilire una “mappa stradale” verso la conformità dell’Iraq e l’alleviamento delle sanzioni, ma Washington e Londra rifiutarono. Nel 1998 si verificarono altre crisi delle ispezioni sugli armamenti. A febbraio, l’Iraq si rifiutò di consentire le ispezioni dei cosiddetti siti “presidenziali”, di nuovo sulla base della sovranità. Il Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, superò la crisi mediando un accordo in base al quale i diplomatici internazionali avrebbero accompagnato gli ispettori nell’accesso a questi siti. L’UNSCOM continuò a reclamare la non-cooperazione irachena, e ritirò gli ispettori in novembre e in dicembre, in quest’ultimo caso senza consultare il Consiglio di Sicurezza. Dal 16 al 19 novembre, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna bombardarono pesantemente i presunti siti di armamenti in tutto il centro e il sud del paese. Questo bombardamento – conosciuto come l’operazione “Volpe del Deserto” – avvenne senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, seguendo il modello stabilito da Usa e Gran Bretagna nel corso degli anni Novanta.
Regole di ingaggio
Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno regolarmente fatto ricorso all’azione militare per forzare le Risoluzioni sull’Iraq da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite senza l’espressa approvazione dell’Onu. Nel 1991, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna designarono una parte della regione controllata dai Curdi che si stende sopra al 36° parallelo come “zone di non sorvolo” per gli aerei iracheni. Una seconda no-fly zone venne stabilita nella zona meridionale fino al 33° parallelo, vicino a Baghdad, nel 1996. Le due zone di interdizione al volo vennero inizialmente presidiate da Usa, Gran Bretagna e Francia. Nel 1996, la Francia si ritirò dalla zona settentrionale, e nel 1998 da quella meridionale – in protesta all’operazione “Volpe nel Deserto”. Stati Uniti e Gran Bretagna hanno proseguito pattugliamenti quotidiani delle zone di interdizione al volo, con periodici attacchi alle strutture di difesa aerea irachene e con episodi di massicci bombardamenti scatenati da presunti spostamenti di larga scala da parte delle forze militare irachene in zone di confine o in seguito all’intensificare di fuoco anti-aereo. Dopo l’operazione “Volpe nel Deserto”, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna modificarono le regole di ingaggio nelle zone di interdizione al volo, permettendo ai piloti di attaccare qualunque sistema di difesa anti-aereo iracheno, non solo quelli che avessero effettivamente messo nel mirino i loro velivoli, sparandovi contro o “agganciando” gli aerei con i radar. La scala di azione nelle zone interdette al volo da qual momento è drammaticamente cresciuta. Secondo i dati forniti dal Ministero della Difesa britannico, riportati dal Times di Londra nel giugno 2000, la media di bombe mensilmente sganciate crebbe da 0.025 a 5 tonnellate. Dopo una sosta all’inizio del 2002, gli attacchi aerei crebbero in numero ed intensità nell’autunno di quell’anno. Entro ottobre, gli aerei americani e inglesi hanno colpito per 46 volte obiettivi iracheni, e le “incursioni” nelle no-fly zone aumentarono nuovamente dopo la Risoluzione dell’Onu dell’8 novembre.
Un anno dopo l’operazione “Volpe nel Deserto”, la Risoluzione 1284 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite istituì un nuovo corpo di ispezione degli armamenti denominato UNMOVIC, guidato da Hans Blix. Nel 2001 si verificarono sporadici negoziati tra l’Onu e l’Iraq circa la riammissione degli ispettori, ma l’Iraq non permise l’ingresso dell’UNMOVIC nel paese fino al 27 novembre del 2002. Il rapporto dell’UNMOVIC atteso per gennaio 2003, le affermazioni dei disertori iracheni e dei governi statunitense e britannico circa la persistenza del progetto di sviluppo di armi di distruzione di massa da parte dell’Iraq, sono impossibili da confermare o negare.
Il decennio delle sanzioni
Tra l’operazione “Volpe nel Deserto” e le crisi del 2002, la diplomazia internazionale si è focalizzata quasi esclusivamente sulle varie proposte di sanzioni rinvigorite e “più pungenti”. Dalla loro introduzione nel 1990, le comprensive sanzioni economiche inflitte all’Iraq hanno sollevato un sostanziale interesse sull’impatto delle misure coercitive contro i governi quando le popolazioni in questione non hanno alcun diritto democratico. Sia i membri del Consiglio di Sicurezza sia l’Iraq hanno frequentemente incluso le istanze umanitarie nelle trattative negoziali sulla conformità alla Risoluzione 687. Non venne raggiunto alcun accordo su una chiara definizione di “beni umanitari” – quelle merci che avrebbero dovuto essere escluse dall’embargo. Gli Usa in particolare hanno cercato di delimitare il più possibile la loro definizione, prima perché includesse solo medicinali e cibo. Con il passare del tempo, il Consiglio di Sicurezza acconsentì all’acquisto di altri tipi di beni, ma i contratti vennero frequentemente messi in discussione perché in grado di sottostare ad un “duplice utilizzo”.
È stato difficile ottenere resoconti accurati della situazione umanitaria. Molte ONG internazionali dalla metà del 1992 si sono allontanate dalle zone dell’Iraq controllate dal governo, quando quest’ultimo impose stringenti restrizioni alle loro attività. Solo nel 1998 l’UNICEF fu in grado di raccogliere un prospetto informativo della condizione sanitaria e nutrizionale, che mostrò, ad esempio, che gli indici di mortalità dei bambini sotto i cinque anni nel centro e nel sud dell’Iraq erano raddoppiati dal decennio precedente. Molti osservatori indipendenti avallerebbero le conclusioni del Rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle Questioni Umanitarie del marzo 1999: “Sebbene non tutta la sofferenza in Iraq possa essere imputata a fattori esterni, specialmente le sanzioni, il popolo iracheno non avrebbe affrontato tali privazioni in assenza delle prolungate misure imposte dal Consiglio di Sicurezza e degli effetti della guerra”.
L’approccio punitivo del Consiglio di Sicurezza era accompagnato dal fatto che i bombardamenti della Guerra del Golfo avevano inflitto severi danni infrastrutturali, compromettendo la possibilità di accesso all’acqua potabile, ai servizi sanitari e all’energia elettrica da parte del popolo iracheno. La risultante emergenza sanitaria pubblica, più che il problema nutrizionale, è stato e continua ad essere il principale fattore dell’accresciuta mortalità, in special modo tra i bambini sotto i cinque anni. L’UNICEF stima che nel 2002 il 70% delle morti infantili sono state causate da dissenteria e infezioni acute dall’apparato respiratorio.
Da parte sua il governo iracheno, pur fornendo una razione base di cibo, pose le esigenze militari e di sicurezza al di sopra dei bisogni dei civili, specialmente nel prendere le decisioni riguardanti la ricostruzione. I piani per la povertà e per l’educazione pubblica, e la scarsità di personale addestrato causata dal catastrofico declino dei redditi reali nel settore pubblico, hanno aggravato la crisi umanitaria.
Alla fine del 1991, sotto la pressione delle agenzie delle Nazioni Unite che riferivano delle estreme necessità umanitarie, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvò le Risoluzioni 706 e 712, elaborate per permettere all’Iraq di utilizzare i profitti della limitata vendita del petrolio per acquistare “beni umanitari” al di fuori dell’Iraq. Dopo prolungati negoziati, l’Iraq rifiutò i limiti imposti alla vendita del petrolio in quanto eccessivamente stringenti, e chiese l’alleviamento delle sanzioni. Al 1993, l’economia irachena sotto le sanzioni si collocava ad un quinto del livello del 1979, per poi assistere ad un ulteriore picco negativo nel 1994. Le misere razioni erano sufficienti solo per un terzo o per la metà di un mese. Con entrate ristrette, gli Iracheni non potevano affrontare la spirale dei prezzi dei beni sul mercato ufficiale. Presto Francia e Russia cominciarono a mettere in discussione il modello di certificazione della conformità dell’Iraq nei confronti delle ispezioni, e a premere per un alleviamento delle sanzioni, presso il Consiglio di Sicurezza. La defezione, avvenuta nel 1995, del genero di Saddam Hussein, Hussein Kamili, che portò con sé dettagliate informazioni prima sconosciute sui precedenti programmi iracheni di costruzioni di armamenti biologici, bloccò solo temporaneamente gli sforzi di Francia e Russia di ricercare una via di uscita nella questione delle sanzioni.
Petrolio in cambio di cibo
Nel tentativo di ostacolare l’avanzamento delle proposte franco-russe, gli Stati Uniti spinsero la Gran Bretagna a formulare la Risoluzione 986 – rispolverando l’idea del “petrolio in cambio di cibo” delle Risoluzioni 706 e 712 – all’inizio del 1995. La nuova Risoluzione fece alcune concessioni alle precedenti obiezioni irachene, sebbene inizialmente l’Iraq avesse richieste maggiori. Il programma “petrolio in cambio di cibo” (Oil-for-Food) stabilito dalla Risoluzione 986 divenne infine operativo alla fine del 1996. Nella cornice di questo programma, l’Iraq avrebbe potuto vendere specifiche quantità di petrolio nel corso di ogni semestre. Il ricavato, depositato presso un conto estero controllato dall’Onu, sarebbe stato usato per ordinazioni da parte del governo iracheno di beni umanitari. Fino al 2002, un comitato di tutti i membri del Consiglio di Sicurezza (conosciuto con il nome di Comitato 661) supervisionò l’operazione del programma “Oil-for-Food”. Gli Stati Uniti, e in misura minore la Gran Bretagna, fecero uso della pratica comune di porre “blocchi” su un gran numero di ordini – per un valore di oltre 5,3 milioni di dollari fino all’inizio del 2002 – apparentemente perché i beni richiesti potevano sottostare ad un utilizzo militare. Questa pratica, insieme ai ritardi burocratici dell’Iraq, interruzioni delle vendite di petrolio e una prolungata disputa con il Consiglio di Sicurezza sul prezzo del petrolio, ridusse il volume di beni affluiti in Iraq. I blocchi hanno sproporzionatamente ostacolato la capacità dell’Iraq di ricostruire le proprie infrastrutture idriche, sanitarie ed elettriche. Successive modifiche al programma “Oil-for-Food” permisero di superare il tetto delle vendite di petrolio ed estesero la gamma dei beni che potevano essere acquistati, fino ad includere alcuni strumenti necessari al rinnovamento dell’industria petrolifera irachena e altre infrastrutture. Nel 2001, un ulteriore Risoluzione rimosse il limite del volume di vendite da parte dell’Iraq. Nel 2002, la Risoluzione 1409 diminuì li ruolo della Commissione 661 nel vagliare gli ordini e affidò l’onere di determinare quali beni fossero di “duplice utilizzo” all’UNMOVIC, la nuova agenzia di ispezione degli armamenti, e all’AIEA. Queste “sanzioni intelligenti” – definite per sviare la critica alle sanzioni in generale e al programma “petrolio per cibo” in particolare – probabilmente furono troppo leggere e giunsero troppo in ritardo.
Soluzione tappabuchi
Stati Uniti e Gran Bretagna hanno spesso presentato il programma “petrolio in cambio di cibo” come uno sforzo per un grande aiuto umanitario, ma esso era inteso come una soluzione tappabuchi per sostenere le sanzioni economiche garantendo l’ingresso di maggiori quantità di beni umanitari all’interno del paese. Non venne mai concepito come un programma a larga scala di riabilitazione economica. Il programma ha fatto affluire risorse in Iraq, piuttosto che ripristinare la capacità di acquisto da parte dell’Iraq o le infrastrutture del paese a livelli paragonabili a quelli della fase precedente alla guerra.
Nel sud e nel centro dell’Iraq, dove il programma “Oil-for-Food” è amministrato dal governo, l’incremento quantitativo e calorico delle razioni mensili (fino a 2,472 calorie per persona al giorno) ha favorito alcuni miglioramenti per quanto riguarda la nutrizione, in special modo tra i bambini. I prezzi di mercato si sono inoltre ridotti dai livelli iperinflazionistici della metà degli anni Novanta. Il programma “petrolio in cambio di cibo” comunque, ha perpetuato anche la dipendenza dalle razioni, garantendo il controllo centrale sulle forniture di cibo. Nel frattempo, i sistemi di trasporti pubblici, il sistema elettrico, idrico e sanitario rimangono in condizioni precarie, gli ultimi due ulteriormente messi in pericolo da diversi anni di siccità. I dati dell’UNICEF mostrano persistenti livelli elevati di mortalità e morbosità da infezioni acute dell’apparato respiratorio e debilitazioni dissenteriche.
Nelle aree settentrionali controllate dai Curdi, dove le Nazioni Unite reggono il progetto, una serie differente di fattori ha influenzato la situazione umanitaria. Poiché il regime iracheno ha posto sotto embargo il nord, tra il 1992 e il 1997 le enclavi curde hanno ricevuto una significativa assistenza umanitaria attraverso la Turchia. Tra le 30 e le 60 organizzazioni non governative hanno operato nel nord, sebbene tra il 1994 e il 1997 sporadici conflitti interni e sfollamenti abbiano reso instabile la situazione umanitaria. Dal 1997, importazioni di cibo attraverso il programma “Oil-for-Food” hanno aiutato la popolazione curda urbana, ma hanno effettivamente minato l’economia locale, in special modo nel settore-chiave dell’agricoltura. Un recente rapporto fornito dall’inglese “Save the Children” ha reso noto che fino al 60% della popolazione settentrionale non avrebbe nulla su cui far affidamento nel caso di un blocco del programma “petrolio in cambio di cibo”.
Il programma “Oil-for-Food” ha accresciuto la vulnerabilità della complessiva economia irachena mettendola in balia dello smembramento attuabile da parte di decisioni politiche e di fattori esterni, come conflitti armati o la riduzione o il blocco delle vendite petrolifere. Se il governo iracheno chiudesse il confine con la zona controllata dai curdi, la distribuzione di cibo e di medicinali acquistati per il nord dal governo iracheno verrebbe interrotta. L’intero sistema di distribuzione delle razioni nelle aree governative potrebbe venire smembrato nel caso di bombardamenti o combattimenti prolungati o nel caso in cui un grande numero di rifugiati fuggisse altrove all’interno del paese o attraverso i confini. Nel nord, poiché parti della ragione curda dipendono dalla rete elettrica nazionale, Baghdad è in grado di tagliare l’energia elettrica, come ha già fatto in passato.
Lo sgretolamento delle sanzioni
Dopo l’approvazione della Risoluzione 986, Baghdad ha utilizzato il commercio per cercare di ottenere il supporto internazionale per modificare o alleggerire le sanzioni. Dal 1997 al 2001, compagnie di stati più comprensivi verso la posizione dell’Iraq – Francia, Russia e Cina – hanno accumulato 5,48 dei 18,29 milioni di dollari di contratti approvati dalle Nazioni Unite. Aziende egiziane e degli Emirati Arabi Uniti, i cui governi si avvicinarono a Baghdad verso la fine del decennio, hanno ottenuto nel 2000 il 30% dei contratti di importazione dell’Iraq nell’ambito del programma “Oil-for-Food”.
Verso il 2001, le sanzioni si stavano sgretolando. Molti vicini dell’Iraq, incluso un avversario come la Siria, e paesi filo-occidentali, come Turchia, Giordania e alcuni stati del Golfo, erano coinvolti in commerci che eludevano il sistema delle sanzioni. In confronto alle elusioni su larga scala delle sanzioni dell’Onu avvenute in Rodesia e in Serbia, si è verificato un limitato trasferimento illegale di beni verso e dall’Iraq, ma le entrate risultanti si dimostrarono sufficienti a mantenere il regime iracheno ben finanziato, a dispetto delle sanzioni. Il commercio illecito – in special modo il contrabbando di petrolio – creò anche legami economici di mutuo vantaggio che rese i vicini dell’Iraq maldisposti verso gli schemi americani ed inglesi di una “intensificazione del contenimento”.
Fino al 1997, entrate illegali per un ammontare di quasi 2 milioni di dollari all’anno sono pervenuti al regime di Baghdad. Un recente rapporto della Coalizione per la Giustizia Internazionale, che chiede il processo per leader iracheni accusati di crimini contro l’umanità, stabilisce che il 90% di questi soldi derivano dal contrabbando di petrolio. La via di contrabbando più remunerativa corre lungo l’oleodotto siriano ai giacimenti del nord dell’Iraq, riaperto il 6 novembre del 2000, chiuso dal 1982, quando il regime di Hafiz al-Asad spalleggiò Tehran nel conflitto fra Iraq e Iran. Ogni giorno passava attraverso l’oleodotto una quota di circa 150.000 barili di greggio iracheno sottoprezzo, permettendo alla Siria di vendere più petrolio di quanto in realtà ne potesse produrre. Un altro terzo del petrolio di contrabbando passava per i porti iraniani, dove veniva unito alla produzione dell’Iran per conservare le riserve interne di Tehran.
L’enclave curda al confine con la Turchia ha beneficiato in maniera considerevole imponendo tasse di esportazione sul diesel e sul greggio contrabbandato alla Turchia, sebbene la Turchia si sia mossa per bloccare questo traffico a partire da marzo 2002, anche perché i ricavi del contrabbando di petrolio finivano per giungere alla milizia curda di base in Iraq del Partito dei Lavoratori Curdi (PKK), che negli anni Novanta stava combattendo un conflitto separatista contro la Turchia. Ufficialmente, l’Iraq esporta giornalmente 110.000 barili di petrolio verso la Giordania, con il tacito assenso del Consiglio di Sicurezza, in cambio di prezzi di favore dei beni di consumo giordani. La Giordania è particolarmente dipendente dal mercato iracheno.
La fine del consenso
Per tre volte dall’inverno del 1999 il regime ha bloccato le esportazioni di petrolio, prevedendo che la crescita risultante del prezzo del greggio avrebbe esercitato pressione sulle Nazioni Unite per alcune concessioni nella revisione delle sanzioni. Ogni volta la manovra fallì, poiché Arabia Saudita e Kuwait riuscirono a colmare la differenza impedendo che il prezzo salisse troppo verso l’alto. L’Iraq ha per due volte bloccato le esportazioni in coincidenza con le più estese offensive di Israele nei territori palestinesi, tanto per ergersi chiaramente come il campione della causa palestinese all’interno del mondo arabo, quanto per causare danni al mercato petrolifero.
Il contrabbando e il sovrapprezzo illegale praticato sulle vendite di petrolio accordate dal programma “Oil-for-Food” si sono mostrati più efficaci per l’Iraq rispetto al diretto utilizzo della “guerra del petrolio”. Sebbene i benefici del contrabbando e del commercio illegale rispetto alle sanzioni siano ben conosciuti a Washington e a Londra, gli Stati Uniti non hanno mai potuto (o voluto) bloccare queste fonti di guadagno, rivelando la complessità delle sue relazioni con gli stati di frontiera. A Turchia e Giordania è stato permesso di violare le sanzioni senza conseguenze, con la giustificazione che le loro fragili economie non si sarebbero potute permettere di perdere l’Iraq, sebbene l’Iran abbia ricevuto aspre critiche. La Siria ha respinto gli inviti degli Usa a chiudere il suo oleodotto verso l’Iraq, così come le offerte dell’Onu di compensazioni per la perdita di ricavi legati al petrolio, apparentemente senza conseguenze. Gli Stati Uniti hanno desistito dal portare al Consiglio di Sicurezza la questione del contrabbando siriano, perché la Francia aveva avanzato la stessa proposta nei confronti della Turchia.
La generale non-cooperazione dei governi arabi al tentativo anglo-americano di tappare le falle dell’embargo testimonia anche la disapprovazione per il crescente e inequivocabile supporto di Washington alla campagna israeliana di repressione armata della ribellione palestinese. I governi arabi, preoccupati per la loro stessa stabilità in caso di una guerra, hanno mantenuto una posizione di pubblica opposizione ad un intervento armato in Iraq non appena è divenuta evidente l’intenzione dell’Amministrazione Bush di rovesciare con la forza Saddam Hussein.
Dick Cheney è tornato da una visita in Medio Oriente a metà marzo 2002 senza essere riuscito a convincere alcun governo a modificare la sua linea pubblica circa un “cambiamento di regime” forzato in Iraq. Il sorprendente riavvicinamento fra Iraq e Kuwait al summit arabo del marzo 2002 – che produsse anche una convergenza di tutti gli stati arabi (compreso l’Iraq) senza precedenti sul riconoscimento dello Stato di Israele nei suoi confini precedenti al 1967 – ha segnato la formale conclusione del consenso arabo sulle sanzioni e sulle politiche di contenimento del decennio precedente. L’Iraq ha per la prima volta riconosciuto la sovranità del Kuwait, e i due paesi hanno sottoscritto l’impegno (fino a quel momento irraggiungibile) per risolvere le lamentele kuwaitiane per le persone disperse e le ricchezze sottratte durante la Guerra del Golfo. Il summit si è concluso con l’unanime richiesta di rimozione delle sanzioni delle Nazioni Unite. I diplomatici arabi hanno lavorato per persuadere il regime iracheno ad accettare il ritorno degli ispettori degli armamenti.
Intanto, la logica delle ispezioni e delle sanzioni – che sarebbero state alleggerite una volta che l’Iraq avesse osservato le disposizioni della Risoluzione 687 – è stata abbandonata da Usa e Gran Bretagna in favore della preferenza per un “cambiamento di regime”.
Dallo Stato Canaglia al cambiamento di regime
Fin dal 1991, c’è stata una costante tensione all’interno del pensiero ufficiale statunitense tra un cambiamento di regime e gli sforzi per assicurare la conformità dell’Iraq alle risoluzioni dell’Onu. Al tempo della Guerra del Golfo, gli Stati Arabi, guidati dall’Arabia Saudita, persuasero gli Stati Uniti che sarebbe stato meglio un colpo di stato militare in Iraq piuttosto che un invasione alleata di Baghdad. I Sauditi e altri membri della coalizione guardavano con apprensione alle sollevazioni sciite del dopoguerra a causa dell’influenza dell’Iran sui ribelli, e per le possibili ripercussioni all’interno delle loro comunità sciite. Nel nord, la Turchia, in guerra con il PKK dal 1998, espresse ampie preoccupazioni per il fatto che l’autonomia dei curdi iracheni potesse incoraggiare le aspirazioni di indipendenza presso i curdi della Turchia. Fino all’ultimo anno della prima Amministrazione Bush, Washington manteneva la speranza che Saddam Hussein non potesse resistere all’impatto della guerra e delle sanzioni punitive. Ma a dispetto di una serie di tentativi fin dal 1991, non si verificò alcun colpo di stato, con o senza l’aiuto esterno.
Dal 1993, la mancanza di progressi in ogni direzione spinse l’Amministrazione Clinton a coniare la nozione di “doppio contenimento” di Iraq e Iran, definiti da quel momento “stati canaglia”. Il primo obiettivo del doppio contenimento era di proteggere gli amici degli Stati Uniti nella regione – Israele, Turchia e Arabia Saudita – costringendo Saddam Hussein “in una scatola”. Secondo questa intenzione, il regime di Saddam Hussein non sarebbe riuscito e non avrebbe voluto raggiungere le condizioni tali da permettere un alleggerimento delle sanzioni, cosicché esse sarebbero rimaste attive indefinitamente, o finché il regime non fosse crollato. In un importante discorso tenuto il 27 marzo del 1997, il Segretario di Stato Madeleine Albright affermò che gli Usa avrebbe sostenuto le sanzioni “per tutto il tempo necessario” a introdurre un “regime successivo” che avrebbe rispettato le risoluzioni delle Nazioni Unite.
Ma i tentativi di indurre un cambiamento di regime nel corso di entrambi i mandati presidenziali di Clinton ebbero solo il carattere di sporadicità. I consiglieri di Clinton erano profondamente riluttanti a ricorrere alle truppe di terra dopo la disastrosa operazione in Somalia e le difficoltà incontrate in Bosnia. Il supporto all’opposizione irachena esterna fu tiepido, e l’amministrazione era spesso divisa su quanto sostenerla. Le amministrazioni successive non concedettero fiducia al Congresso Nazionale Iracheno (INC), l’apparente ombrello organizzativo di base in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, sebbene gli Usa abbiano fatto molto per rendere rappresentativa la loro posizione. Gli ondivaghi membri dell’INC si mostrarono in difficoltà nel giungere a qualche conclusione su specifiche politiche in seguito al cambiamento di regime, mentre erano persistenti i dubbi sulla possibilità che (oltre ai Curdi) i gruppi affiliati all’INC garantissero un supporto sociale significativo all’interno dell’Iraq.
I Curdi – la parte dell’INC con forze e una base all’interno dell’Iraq – dalla fine del 1993 al 1997 furono impegnati in una micidiale guerra. Un tentativo sostenuto dalla CIA di usare il nord dell’Iraq come base per un assalto al regime nel 1995-1996 si risolse in una catastrofe quando Washington fece abortire un confronto fra l’INC e le forze irachene lungo il confine di fatto e il programmato colpo di stato a Baghdad fallì. All’invito di una fazione curda, il Partito Democratico Curdo (KDP), l’esercito iracheno subito dopo si mosse verso Erbil nella no-fly zone uccidendo molti quadri dell’INC e disertori, aiutando il KDP a sconfiggere i rivali, l’Unione Patriottica Curda. L’episodio rinvigorì il messaggio della sollevazione del 1991, che riecheggia ancora tra quelli che cercano di rovesciare il regime di Saddam Hussein: gli Usa non sono un alleato affidabile.
Le pressioni degli alleati repubblicani al Congresso spinsero Clinton a firmare alla fine del 1998 l’Iraq Liberation Act, che sembrò segnalare un più attivo supporto all’opposizione e rese l’opzione per un cambiamento di regime la politica ufficiale statunitense. Ma il Dipartimento di Stato continuava a riporre scarsa fiducia nei confronti dell’effettività dell’INC, e solo 8 dei 97 milioni di dollari stanziati dalla legge vennero sborsati dalla fine del mandato di Clinton. Dal 2000, l’opposizione ha energicamente ripulito la sua immagine, ma la domanda su quale tipo di governo avrebbe dovuto rimpiazzare la cricca intorno a Saddam Hussein rimase senza risposta, perlomeno nella conoscenza pubblica. Come giungere al rovesciamento del regime? Le opzioni andavano da una invasione totale ad un’azione delle Forze Speciali con il supporto dell’opposizione in Iraq a un colpo di stato da parte dell’INC e altre forze di opposizione, sul modello della tattica statunitense in Afghanistan.
La dottrina Bush
Nell’Amministrazione di George W. Bush, la politica sulla questione irachena è stata oggetto di una animata discussione interna – circa i modi, non l’opportunità, di giungere al cambiamento di regime. Il Segretario di Stato Colin Powell chiede sanzioni “irrobustite” e ispezioni nell’ambito di un rinnovato consenso del Consiglio di Sicurezza, mentre Dick Cheney e il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld spingono per una “leadership” statunitense nell’azione militare, che sia o meno in sintonia con l’approvazione internazionale. Fin dall’inizio del mandato alla Casa Bianca di Bush, Cheney, Rumsfeld e i loro subordinati hanno promosso una nuova politica estera focalizzata sulla prevenzione e, se necessario, sull’azione unilaterale fondata sulla “irresistibile” potenza militare degli Stati Uniti per preservare indefinitamente la condizione di superpotenza di Washington. Bozze di questa strategia erano state preparate prima del collasso dell’Unione Sovietica, ma solo dopo gli attacchi dell’undici settembre del 2001 la dottrina della prevenzione è diventata la politica ufficiale dell’Amministrazione Bush. Nel settembre del 2002 Bush presentò la strategia di sicurezza nazionale al Congresso in questi termini: «In forza del senso comune e dell’autodifesa, l’America agirà contro ogni minaccia emergente [costituita da tecnologie pericolose] prima che essa sia completamente delineata. Non possiamo difendere l’America e i suoi amici “sperando in bene”» I principali “falchi”, come Paul Wolfowitz, Vice Segretario di Stato alla Difesa, sono riusciti a far emergere l’opzione militare per rovesciare Hussein come primo punto dell’agenda nel clima del dopo-undici-settembre.
Per preparare l’opinione pubblica americana, Bush riprese dal suo predecessore il concetto di “stati canaglia”, ricamandovi retoricamente con l’etichetta di “asse del male” affibbiata ad Iraq, Iran e Corea del Nord. Come le due precedenti amministrazioni, la squadra di Bush ha continuato a focalizzare l’attenzione sulla figura di Saddam Hussein, piuttosto che sul sistema da lui presieduto, lasciando senza ulteriori chiarimenti su chi fosse un leader dell’Iraq accettabile se Saddam fosse stato abbattuto, e su quanto gli Usa avrebbero insistito sullo smantellamento di strutture di potere costruite nel corso di decenni. Sebbene il cuore del caso statunitense contro l’Iraq riguardi le armi di distruzione di massa proscritte dal Consiglio di Sicurezza, gli esponenti radicali dell’Amministrazione Bush volevano in un primo tempo sminuire l’intera struttura dell’Onu, piuttosto che cercare di lavorare entro i suoi confini e manipolarla, come fece la prima Amministrazione Bush e poi quelle di Clinton. I più disinvolti membri della squadra di Bush, in special modo Rumsfeld, hanno apertamente negato l’utilità di riprendere le ispezioni sugli armamenti. Ma la necessità di trattenere almeno qualche alleato, specialmente la Gran Bretagna, e la volontà espressa dall’Iraq di accettare gli ispettori, alla fine fecero pressione per un ritorno al Consiglio di Sicurezza. Nel discorso alle Nazioni Unite del 12 settembre 2002, Bush invitò l’Onu a sostenere nuove e più ferree misure per obbligare l’Iraq a conformarsi alla Risoluzione 687, promettendo un’azione unilaterale da parte degli Stati Uniti nel caso in cui l’Onu non avesse espresso questo impegno. Le successive dichiarazioni provenienti dalla diplomazia araba ed internazionale hanno persuaso il regime iracheno ad annunciare quattro giorni dopo la sua volontà a riaccettare gli ispettori “senza condizioni”, pur avanzando subito dopo alcune restrizioni per le ispezioni ai “siti presidenziali”. Stati Uniti e Gran Bretagna inaugurarono otto settimane di un’intensa attività di pressione per ottenere una nuova risoluzione che permettesse ispezioni senza restrizioni e più aggressive, individuando nella guerra la punizione per la non-cooperazione. Washington si spinse di fronte al Consiglio a tirare sul prezzo e a scene che ricordano il roteare di pistole, comportamenti concessi solo a chi rappresenta l’unica superpotenza globale. In un discorso tenuto il 7 ottobre a Cincinnati, Bush riformulò i suoi avvertimenti che le Nazioni Unite si sarebbero mostrate “irrilevanti di fronte ai problemi del nostro tempo” se il Consiglio non avesse acconsentito. Pochi giorni dopo, Powell convinse il capo degli ispettori dell’UNMOVIC, Hans Blix, a sospendere le nuove ispezioni fino a quando non fosse stata accettata una nuova risoluzione. Nel frattempo, i preparativi per la guerra da parte del Pentagono, come se l’Onu avesse già deliberato, segnalavano che gli Stati Uniti avrebbero tentato di formare una “coalizione dei volenterosi” sotto quella che di fatto era un’azione unilaterale. Fondamentalmente per evitare questa eventualità, Francia e Russa aiutarono Usa e Gran Bretagna ad assicurare l’8 novembre l’approvazione unanime della Risoluzione 1441, concedendo all’Iraq “l’ultima opportunità” di dimostrare il suo completo disarmo e minacciando “serie conseguenze” nel caso di una mancata ottemperanza.
Guerra e legislazione internazionale
Nella sua bozza di risoluzione nel tentativo di ottenere l’autorizzazione del Congresso all’uso della forza contro l’Iraq, l’Amministrazione Bush invocò “il diritto inerente [agli Usa], come riconosciuto nella Carta delle Nazioni Unite, di fare ricorso alla forza per difendersi”. L’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite autorizza l’uso della forza per autodifesa, ma solo se una nazione viene attaccata da un’altra, o è sotto l’imminente minaccia di un attacco. La Carta prosegue nello specificare che il diritto di autodifesa è esercitatile solo dopo che il Consiglio di Sicurezza abbia intrapreso le misure per ristabilire la pace e la sicurezza. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la comunità internazionale pose forti ostacoli agli stati membri che cercassero di giustificare l’azione militare, per prevenire il ripetersi dell’aggressione espansionistica delle potenze dell’Asse. Dopo aver preso la decisione politica di rimuovere con la forza il regime di Saddam Hussein, l’Amministrazione Bush ha perseguito una duplice strategia per soddisfare le richieste poste dalla Carta dell’Onu – da una parte per (nominalmente) incontrare gli standard della Carta, dall’altra per cercare di ridefinirli drasticamente.
Dato che l’Iraq non ha attaccato gli Stati Uniti, questi devono dimostrare l’esistenza di una minaccia imminente proveniente dall’Iraq. Così la risoluzione bellica di Bush citava anche “l’alto rischio che l’Iraq utilizzerà [le sue armi di distruzione di massa] per scatenare un attacco a sorpresa contro gli Usa o le sue forze armate o le fornirà ai terroristi internazionali”, e i più elevati esponenti dell’amministrazione parlavano unanimemente della “minaccia mortale” posta dall’Iraq. Senza rapporti degli ispettori, la Casa Bianca non ha potuto portare solide evidenze che l’Iraq possieda armi di distruzione di massa che possano colpire gli interessi americani. Invece, l’Amministrazione Bush, puntellata da interviste rilasciate da precedenti ispettori, sostenne che l’incapacità dell’UNSCOM di confermare la completa distruzione delle riserve belliche dell’Iraq nel 1998 significava che il regime aveva probabilmente mantenuto una parte di quell’arsenale. Un dossier sulle armi di distruzione di massa irachene, rilasciato dal governo inglese il 24 settembre 2002, ripropose le conclusioni di pubblico dominio dei rapporti sulla capacità bellica dell’Iraq. L’evidenza trovata nel dossier che l’Iraq avesse continuato a produrre armi proibite dopo il 1998 – così come la reticenza del paese a fornire informazioni sugli scienziati che avevano lavorato al programma nucleare prima del 1991 – era circostanziale e non inedita. Un rapporto della CIA pubblicato in ottobre riportava simili allarmanti conclusioni. Per rafforzare l’urgenza della questione, il dossier inglese aggiungeva l’opinione – ricavata da ignote fonti di intelligence – che “come parte del piano militare iracheno, Saddam è pronto ad utilizzare” armi chimiche e batteriologiche. Sulla scorta di simili dichiarazioni avanzate da esponenti americani, anche qui fondate su fonti di intelligence riservate, come nel dicembre 2002, questo argomento è l’unico tentativo di provare che il regime iracheno costituisca una “minaccia mortale”. La mancanza di nuove prove nel dossier inglese suggerisce che l’obiettivo della politica anglo-americana non è quello di provare l’esistenza, e quindi provvedere all’eliminazione, di armi di distruzione di massa in Iraq, ma piuttosto di fornire un casus belli.
Ma molti nel Consiglio di Sicurezza si sono trovati d’accordo con il ministro degli esteri canadese, che ha detto che “[il dossier] mostra perché (…) gli ispettori debbano andare in Iraq, e in fretta. Non vi leggo però il suggerimento di Mr. Blair della necessità di attaccare immediatamente l’Iraq”.
La seconda strategia della squadra di Bush, molto più in sintonia con la sua filosofia dell’unilateralismo, si focalizza sulla possibilità che le armi di distruzione di massa dell’Iraq possano in futuro colpire l’Occidente – il che significa che l’Occidente dovrebbe colpire per primo per evitare questa minaccia. Invitata a fornire ulteriori evidenze della minaccia irachena, la Consulente per la Sicurezza Nazionale Condoleeza Rice ha commentato: “non ci aspettiamo che la pistola fumante sia un fungo atomico”. L’argomento della Rice, ripetuto da altri esponenti dell’amministrazione, si fondava sul sentimento emozionale generato dagli attacchi dell’11 settembre: qualunque persona ragionevole non avrebbe forse sostenuto un attacco preventivo per fermare i dirottatori dal compiere la loro missione? Sebbene l’Amministrazione Bush deve ancora presentare la questione in termini più appropriati, la Rice è sembrata contestare il fatto che, dopo l’11 settembre, le clausole stringenti della Carta delle Nazioni Unite dovrebbe essere rimpiazzate dalla più flessibile dottrina Bush dell’attacco preventivo. Insieme alla promessa di Bush di attaccare unilateralmente l’Iraq se il Consiglio di Sicurezza non concedesse l’autorizzazione, la strategia dell’amministrazione dimostra la sua convinzione che il diritto internazionale sia un ostacolo da abbattere piuttosto che la cornice di riferimento della politica degli Usa.
Diritti umani
I dossier statunitense e inglese sulla necessità di un cambiamento di regime poggiano anche sul deprimente resoconto sul rispetto dei diritti umani da parte del regime iracheno, a dispetto di un decennio di virtuale indifferenza occidentale sul tema negli anni Ottanta. Dopo che gli Usa hanno citato il rapporto sull’Iraq di Amnesty International nel loro documento di introduzione al discorso del 14 settembre di Bush all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Amnesty ha dichiarato che “ancora una volta, il rapporto sui diritti umani di una nazione è stato utilizzato selettivamente per legittimare un attacco militare”. Negli anni Novanta, gli Stati Uniti e le altre potenze straniere hanno fatto ben poco per promuovere la protezione dei diritti umani in Iraq – non esiste una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza che preveda, per esempio, la collaborazione dell’Iraq con gli osservatori dell’Onu sui diritti umani – senza menzionare il disprezzo degli Usa e di altri governi per le gravissime conseguenze delle sanzioni economiche. Il rapporto sui diritti umani in Iraq è, senza dubbio, tra i peggiori del mondo. Il governo attuale, fin dalla sua ascesa al potere nel 1968, ha persistentemente soppresso i basilari diritti civili e politici nel paese, e condivide con il Consiglio di Sicurezza dell’Onu la responsabilità del disastro umanitario causato da più di un decennio di sanzioni. Arresti arbitrari, scomparse forzate, uccisioni di massa, assassini di oppositori politici e l’abituale ricorso alla tortura hanno devastato il paese. Le guerre causate dall’aggressione Irachena, le sanzioni imposte dall’Onu e la persistente repressione politica del governo contro praticamente tutti i settori della popolazione hanno causato sofferenze umane e sfollamenti. Circa cinque milioni di iracheni – oltre il 20% della popolazione totale – vivono all’estero. Un recente rapporto del Consiglio Norvegese per i Rifugiati ha stimato che ci sono dai 700.000 al milione di sfollati interni in Iraq. L’esilio, per molti, non è stata una scelta. Centinaia di famiglie sciite – Arabi e Curdi – negli anni Ottanta vennero forzatamente mandati in esilio in Iran, spesso con un solo vestito indosso. Migliaia di villaggi sono stati sistematicamente rasi al suolo nella campagna contro-insurrezionale contro i Curdi iracheni nel nord e nelle zone palustri a sud di Baghdad. Stime prudenti indicano il numero di Curdi iracheni sistematicamente uccisi a più di 100.000 per il solo 1998.
La “protezione” del Nord e del Sud
Stati Uniti e Gran Bretagna sostengono che la no-fly zone settentrionale ha aiutato a preservare la vita dei Curdi iracheni. In pratica, il modo in cui è stata concepita questa protezione si applica solo alla protezione dagli aerei iracheni, non alle forze aeree turche o iraniane. I Turchi, nella loro guerra con il PKK, hanno fatto uso sia di aerei sia di truppe di terra regolari, spesso causando moti civili, danni o distruzioni di proprietà. Gli Usa non hanno mai diffidato la Turchia dal proseguire nelle sue incursioni – sebbene l’Unione Europea e l’Onu abbiano periodicamente avanzato inutili proteste. L’Iraq lamenta il coinvolgimento sostanziale della popolazione civile nel corso dei sempre più frequenti bombardamenti anglo-americani dopo l’operazione “Desert Fox”. I collaboratori dell’Osservatore Speciale dell’Onu, Hans Von Sponeck, hanno verificato che 144 persone sono state uccise nelle zone interdette al volo nel 1999. Inoltre, la no-fly zone settentrionale non coincide con la linea dalla quale le truppe irachene si ritirarono nel 1991. Questa zona comprende ancora Mosul, ancora sotto controllo del governo, ma esclude Suleimaniyya, la più grande città della regione controllata dai Curdi, adesso guidata da amministrazioni bipartitiche, insieme alla parte meridionale di quel governatorato. Sempre fuori dalla zona interdetta al volo c’è la città di Kirkuk, un centro dell’industria petrolifera irachena che rimane sotto il controllo governativo. Nella regione di Kirkuk i Curdi sono esposti alla minaccia più diretta del regime, che ha condotto una politica di “arabizzazione” della città e dei dintorni. Secondo le prudenti stime del Comitato statunitense per i Rifugiati, nei dieci anni passati circa 100.000 Curdi sono stati espulsi dalle loro abitazioni a Kirkuk, in favore di Arabi iracheni riposizionati dal regime.
Nel sud, dopo il 1991 è continuata una resistenza armata a bassa intensità, soprattutto nelle zone paludose tra il Tigri e l’Eufrate, ma una zona di non sorvolo rinforzata dagli Usa ha garantito ben poca protezione dalla guerra. La contro-insurrezione governativa ha provveduto alla sistematica bonifica delle paludi – la totale distruzione del più grande ecosistema palustre del Medio Oriente in meno di un decennio. Quello che il Programma Ambientale delle Nazioni Unite ha definito “uno dei più gravi disastri ambientali del mondo” ha condotto al quasi totale sfollamento di centinaia di migliaia di residenti.
Pericoli in vista
Ogni anno si producono rapporti credibili da parte del Partito Comunista Iracheno e di altri gruppi dissidenti – a volte migliaia – di uccisioni ed esecuzioni. Il governo ha decretato sentenze obbligatorie di morte per “crimini” politici non violenti come il reclutare attuali o precedenti membri del partito Ba’th da parte di qualunque altra organizzazione politica, o il criticare pubblicamente il presidente del partito. Dal 1998, quando una direttiva dell’Ufficio del Presidente autorizzò la creazione di “comitati di supervisione” per “ripulire le carceri irachene”, il governo ha perpetrato esecuzioni di massa di detenuti politici. Molti di questi resoconti sono stati verificati con interviste di testimoni e familiari fuggiti dalle zone controllate dal governo verso il nord o in altri paesi. Il governo ha proibito l’ingresso a osservatori dei diritti umani indipendenti e al Commissario Speciale delle Nazioni Unite sull’Iraq, Max Van Der Stoel, che visitò il paese una volta nel 1992. Il governo non gli ha mai più permesso di ritornare. Un nuovo osservatore, Andreas Mavrommatis, nominato dalla Commissione delle Nazioni Unite sui Diritti Umani nel 2000, ha compiuto una breve visita di quattro giorni nel febbraio 2002, come “primo passo verso il dialogo”, ma senza riuscire a raccogliere nessuna testimonianza fattuale. L’ampiamente pubblicizzato rilascio da parte dell’Iraq di migliaia di prigionieri nell’ottobre del 2002 era più semplicemente una mossa dell’ultimo minuto per interrompere i negoziati con il Consiglio di Sicurezza circa una serie di ispezioni più approfondite, piuttosto che l’evidenza di una innovativa volontà di rispettare le norme internazionali sui diritti umani. Le conseguenze legali ed umanitarie di una preannunciata guerra saranno probabilmente significativi, comunque. Da una parte ci potranno essere coinvolgimenti di civili negli attacchi aerei e sul terreno condotti dagli Usa. Da parte del governo iracheno, un grande e reale pericolo è il ricorso alla pratica degli “scudi umani” – posizionare truppe e obiettivi militari rilevanti tra la popolazione civile. Esiste anche il grave pericolo derivante dalle armi chimiche e/o biologiche che il governo iracheno potrebbe possedere – sia per una decisione del governo di utilizzare questi armamenti, sia per la decisione statunitense di colpire questi siti per distruggerli. Infine, ma non ultimo, una guerra potrebbe produrre una grande crisi di rifugiati e sfollamento interno, e le nazioni vicine, in special modo la Giordania, hanno minacciato di utilizzare le forze armate per impedire invasioni di rifugiati iracheni.
Petrolio e Guerra
Il Ministero del Petrolio iracheno ha stimato a metà dagli anni Novanta che l’Iraq avrebbe potuto produrre sei milioni di barili al giorno nel giro di sette anni dalla fine dell’embargo delle Nazioni Unite, con 40 miliardi di dollari di investimenti stranieri. Ma per tutti gli anni Novanta, le sanzioni impedirono ai maggiori conglomerati energetici di sfruttare i 115 miliardi di barili delle riserve petrolifere accertate –seconde solo all’Arabia Saudita – a dispetto della volontà del regime iracheno di attenuare, a partire dalla metà del 1991, il controllo sulla industria petrolifera rigidamente nazionalizzata. Poiché nessuna ricerca geologica è stata condotta in Iraq dagli anni Settanta, gli esperti ritengono che le riserve ufficiali sottostimino la ricchezza petrolifera reale del paese, che potrebbe raggiungere la quota dei 250 miliardi di barili. Tre decenni di instabilità politica e di guerra hanno impedito all’Iraq di sviluppare 55 dei 70 giacimenti conosciuti. Otto di queste riserve non attinte potrebbero nascondere più di un miliardo di barili ciascuno di “petrolio facile” che si trova più vicino alla superficie e poco costoso da attingere.
Le sanzioni e le leggi americane hanno completamente impedito alle compagnie statunitensi di esplorare i giacimenti iracheni, ma a partire dal 1994 le compagnie internazionali hanno firmato contratti vantaggiosi con Baghdad in previsione dell’alleggerimento delle sanzioni. Compagnie parigine hanno negoziato un (non firmato) accordo per sviluppare i 18 miliardi di barili del giacimento di Majnoon, così come quello del più piccolo di giacimento di Nahr bin Umar, mentre un consorzio russo ha siglato un accordo per sviluppare il giacimento occidentale di Qurna, che si stima contenga 15 miliardi di barili. Baghdad ha firmato anche contratti con compagnie cinesi. Frustrato per il fatto che nessuno dei suoi partner avrebbe cominciato ad operare finché fossero rimaste in piedi le sanzioni, il regime del partito Ba’th minacciò prima di revocare gli accordi e poi di sminuirne i vantaggiosi termini. Nondimeno, la prospettiva che potessero partire le attività esplorative consegnò a Baghdad una sorta di scialuppa di salvataggio nei confronti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Nel giugno del 2001, Francia e Russia proposero di rimuovere le restrizioni agli investimenti stranieri nell’industria petrolifera irachena nell’ambito delle deliberazioni del Consiglio di Sicurezza sulle “sanzioni intelligenti”. Questi tentativi di ricostituire le risorse petrolifere irachene – e di rimpinguare le casse del governo – incorsero in una strenue opposizione da parte di Washington e Londra. A dispetto del deterioramento dell’infrastruttura e di una vertenza sul prezzo con il Consiglio di Sicurezza, nel settembre 2002 l’Iraq stava pompando meno della metà della sua capacità, le sue vendite legittime di petrolio vennero strettamente regolate dal programma “Oil-for-Food”.
Nella concezione dei neo-conservatori che premevano presso la Casa Bianca di Bush per una guerra all’Iraq, il principale beneficio di un cambiamento di regime è di onorare la dottrina Bush, ma le riserve petrolifere dell’Iraq offrono un importane beneficio secondario. D’accordo con altri produttori, un governo iracheno alleato degli Stati Uniti dovrebbe in futuro esportare petrolio a sufficienza da scalzare l’Arabia Saudita dal ruolo di principale arbitro mondiale del prezzo del petrolio, riducendo l’influenza che i Sauditi possono esercitare sulla politica americana sul conflitto israelo-palestinese e fornendo agli Usa una maggiore libertà di movimento nel Golfo.
È incerto che un Iraq post-guerra sia nella possibilità o nella volontà di assumere un ruolo del genere, ma la possibilità, in combinazione con le ridotte riserve irachene, ha spinto molti osservatori a concludere che il petrolio è la motivazione della politica statunitense del cambiamento di regime. Ahmed Chalabi, leader dell’opposizione del Congresso Nazionale Iracheno, ha sostenuto queste teorie quando nel settembre 2002 disse al Washington Post che “le compagnie americane faranno un grosso colpo con il petrolio iracheno”. Sotto il regime di “Oil-for-Food”, gli Usa sono stati i principali consumatori del petrolio iracheno, e il perdurante interesse degli Stati Uniti al libero accesso al petrolio del Golfo Persico continua senza dubbio ad essere un pilastro della politica mediorientale. Il rapporto di Cheney sull’energia nazionale, rilasciato a maggio 2001, prospetta che la domanda statunitense di petrolio crescerà del 32% entro il 2020, con una produzione interna stabile. Due terzi delle riserve petrolifere globali sono localizzate nel Golfo Persico, e la presenza militare statunitense nel Golfo permetterebbe certamente di assicurare il regolare flusso di petrolio verso l’occidente nel futuro.
Ma l’ostinata intensificazione delle sanzioni, la retorica anglo-americana del contenimento e del cambiamento di regime, quando l’Iraq era pronto ad aprire la sua industria petrolifera agli investimenti occidentali, suggerisce che il petrolio ha rivestito un ruolo assai più complesso nel confronto lungo dodici anni tra Washington, Londra e Baghdad. Il regime iracheno ha cercato di usare i contratti di esplorazione petrolifera per minare il supporto internazionale alle sanzioni, usando le esportazioni illecite per riallacciare i rapporti con i vicini. Determinati a bloccare la riabilitazione del regime, ma incapace di rivestire le loro strategie di sopravvivenza economica completamente attraverso la diplomazia, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno gradualmente indurito la loro risolutezza a rovesciare Saddam Hussein con la forza.
Verso la resa dei conti
La determinazione della squadra di Bush di far cadere Saddam Hussein si fonda, e contemporaneamente se ne discosta radicalmente, sulla politica internazionale sull’Iraq a partire dal 1991, che è stata essenzialmente costruita dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Nell’ottenere la Risoluzione 1441, Washington ha scelto di abbandonare la sua posizione dominante all’interno del Consiglio piuttosto che ingannare l’organismo. Ulteriori dispute, comunque, sono prevedibili. A dispetto della dichiarazione della risoluzione che l’Iraq si trovi in “violazione materiale” delle risoluzioni precedenti – parole che la squadra di Bush prendono a garanzia dell’uso della forza – Francia, Russia e Cina sostengono che la Risoluzione 1441 non contenga alcuna “clausola nascosta” che autorizzi alla guerra. Rumsfeld e i portavoce della Casa Bianca hanno insistito sul fatto che gli attacchi iracheni nei confronti dei velivoli americani ed inglesi nelle zone interdette al volo costituiscano una violazione dell’Articolo 8 della Risoluzione, che bandisce “azioni ostili” dirette verso il personale di stati membri del Consiglio di Sicurezza, e quindi giustificherebbe un attacco statunitense. Il Segretario Generale Annan e altri membri del Consiglio di Sicurezza hanno osteggiato a voce questa interpretazione.
Segnali conflittuali provengono da Washington e Londra riguardo a quale “situazione di non-cooperazione da parte dell’Iraq” potrebbe provocare un attacco. Nel frattempo Bush, Powell e altri alti ufficiali dichiarano che gli Usa non si faranno “ammanettare” dalle interpretazioni della Risoluzione 1441 da parte di altri membri del Consiglio di Sicurezza. Alla fine di novembre 2002, l’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, John Negroponte, fece pressione affinché antidoti al gas nervino, computer ad alta velocità e componenti per rimorchi pesanti venissero aggiunti alla lista, in corso di alacre negoziazione, dei prodotti di “duplice utilizzo” al vaglio delle Nazioni Unite nell’ambito del programma “Oil-for-Food” – una ulteriore indicazione del fatto che Washington considera le ispezioni come un preludio della guerra, piuttosto che come il progetto di disarmo dell’Iraq.
L’atmosfera internazionale non sembra poter condurre a quella rapida costituzione di una coalizione che fu possibile prima della guerra del 1991. Gli stati del Medio Oriente in particolare sono irritati per il fallimento di Bush di intervenire positivamente nell’esacerbato conflitto israelo-palestinese, per il goffo tentativo di legare l’Iraq ad al-Qaeda e per la possibile implicazione della regione in una nuova guerra. Le preoccupazioni regionali per un attacco all’Iraq sono state rigettate dall’amministrazione Bush come un mero spettacolo pubblico. L’opinione internazionale chiede sempre più frequentemente perché le pressioni del Consiglio di Sicurezza all’Iraq debbano essere sostenute da un’azione militare, quando numerose questioni riguardanti Israele, India, Pakistan, Turchia e Marocco rimangono ampiamente eluse.
Le informazioni circa la volontà degli Stati Uniti di installare una amministrazione militare per governare l’Iraq del dopoguerra hanno sollevato nervosi paragoni con il colonialismo francese e britannico nel Medio Oriente. Ma alla fine molti stati dovrebbero tranquillamente acconsentire ad una guerra, piuttosto che rischiare le ire dell’amministrazione Bush.
Un assalto militare volto a rimuovere Saddam Hussein può solo aggravare i problemi che un qualunque governo iracheno dovrà affrontare dopo due decenni di guerra e sanzioni. L’infrastruttura civile permane profondamente degradata. Quella che un tempo era la vibrante classe professionale irachena è stata tagliata fuori dagli sviluppi della conoscenza e della tecnologia dagli anni Novanta, la forza lavoro ha perso in preparazione, e il sistema scolastico si trova in grave sfacelo. Le strategie di sopravvivenza del regime – incoraggianti la lealtà tribali e personali – hanno riaperto fratture preesistenti tra gruppi etnici, religiosi e tribali dell’Iraq che potrebbero erompere in una guerra civile.
Mentre proseguono le ispezioni dell’UNMOVIC, l’Amministrazione Bush dibatte riguardo un preciso caso di guerra e la necessità di ricostruire una coalizione – se non la necessità di una guerra. Così, la crisi del Golfo del 2002 sembra condurre verso la resa dei conti desiderata dalla linea dura sostenuta dai politici della Casa Bianca: una prova della dottrina di Bush dell’attacco preventivo.
- Sarah Graham-Brown / Chris Toensing
Middle East Research and Information Project
Seconda Edizione, Dicembre 2002
Traduzione di Paolo Racca per Znet Italia.