zatopek


Armi di comunicazione di massa
28 Maggio 2003, 16:15
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L’intuizione che l’arte della guerra moderna deve essere preceduta, e non solo accompagnata, da un’informazione della guerra, associata alla visione messianica e dogmatico-manichea di George W. Bush, hanno costituito, al meno negli USA, un’accoppiata, a quanto pare, (con)vincente.

Questa “guerra lampo”, che per parecchie settimane ha occupato ventiquattro ore su ventiquattro i nostri schermi televisivi, gli organi d’informazione in genere, i dibattiti e le discussioni a tutti i livelli, è iniziata, in realtà, fin dal drammatico e lontano 11 settembre 2001 e, tutti gli interminabili pseudo-dibattiti che si sono susseguiti (comprese le sedute ufficiali al Palazzo di Vetro dell’ONU) rappresentavano una sorta di “intervallo tecnico” del tipo «Ci scusiamo per l’interruzione: le trasmissioni verranno riprese il più presto possibile…»: un intermezzo che non ha mai avuto la possibilità di cambiare la sostanza di un copione già scritto, salvo condizionarne leggermente la messa in scena…

Pochi minuti dopo l’attentato alle torri gemelle, i dirigenti americani lo avevano già definito un “atto di guerra”, scartando rapidamente l’opportunità di altre definizioni – crimine, ad esempio, evidentemente non pertinenti con la strategia già pronta in un cassetto, in attesa di un evento detonatore. Sabato 15 settembre 2001, il presidente Bush esplicitava: « È stata dichiarata guerra all’America e noi risponderemo di conseguenza »; la campagna mass-mediatica stava già lavorando sul favore dell’opinione pubblica e l’idea di una discussione approfondita prima d’eventuali risposte diplomatiche o, comunque, non militari, non è stata praticamente mai sollevata, così come rare sono state le riflessioni dedicate al problema di “dichiarare guerra” ad una rete terrorista e non ad uno stato. Quest’ultimo particolare spiega, di fatto, il concreto fallimento del primo capitolo dell’offensiva americana: la “caccia ai grandi capi di al-Qaida” in Afghanistan. Il secondo capitolo, l’intervento in Iraq, era in realtà l’inizio di una nuova storia, vista l’impossibilità di trovare un nesso logico tra la caccia a Bin Laden e soci e il rovesciamento del regime dittatoriale di Saddam, la cui pericolosità era indubbiamente inferiore rispetto al ’91, quando si decise di giubilarlo (inutile ricordare che le “sacrosante motivazioni” di questo conflitto, ad ormai poco, si spera, dalla fine delle sanguinose ostilità, non sono ancora state fornite all’opinione pubblica mondiale!).

L’intuizione che l’arte della guerra moderna deve essere preceduta, e non solo accompagnata, da un’informazione della guerra, associata alla visione messianica e dogmatico-manichea di George W. Bush, hanno costituito, al meno negli USA, un’accoppiata, a quanto pare, (con)vincente: il Presidente degli Stati Uniti, oggi spesso definito come il “Leader del mondo libero” (sic!), può diffondere il suo verbo in nome dell’offensiva planetaria del Bene contro il Male (la guerra ormai si pensa “globale”, come il business e tutto ciò che si muove in un quadro di mondializzazione). Tuttavia, malgrado gli straordinari progressi tecnici e un certo numero di novità strategiche, quest’ennesimo conflitto smentisce clamorosamente coloro che parlavano già di rivincita della vera informazione senza censure, della fine della manipolazione mediatica, di verità in tempo reale…

In occasione della Guerra del Golfo, nel 1991, i cinque continenti scoprirono la CNN come fonte unica di un’informazione ormai planetaria; oggi, il moltiplicarsi della concorrenza tra canali d’informazione americani e l’irruzione dei grandi network arabi (vedi scheda a parte), hanno sicuramente trasformato la geopolitica dell’informazione ma non certo reso più credibile ed attendibile la stessa! Anzi, la caccia dello scoop a tutti i costi, in un quadro concorrenziale e di fronte all’inalterata censura militare (tutto ciò che vediamo è, a parte rare eccezioni, ciò che Pentagono o Ministero dell’Informazione iracheno, quest’ultimo limitatamente alle prime due settimane di conflitto, lasciano filtrare…), ha ulteriormente ridotto l’affidabilità del prodotto (immagini e notizie messe in circolazione sempre più affrettatamente e senza verificarne le fonti), accentuandone la connotazione propagandistica. Ecco perché, a dispetto dell’introduzione dei video-telefoni satellitari e dell’apparizione inedita dei giornalisti “incorporati” (embedding) nelle truppe d’assalto, il mondo ha dovuto attendere il quarto giorno di conflitto per avere le prime informazioni sullo svolgimento dello stesso, per vedere le prime immagini delle vittime civili irachene (quando dopo poche ore, erano già stati esibiti i primi prigionieri) e per una smentita delle prime “bufale colossali”: morte presunta di Saddam colpito dal primo missile (lanciato in un attacco che ha preceduto la stessa dichiarazione ufficiale delle ostilità!!) e fuga lampo del suo vice, Tarek Aziz (costretto dopo poche a smentire di persona la notizia che lo riguardava…).

I cinquecento giornalisti accreditati al quartiere generale militare americano d’Al-Sayliya, nel Qatar, hanno sfiorato un’insurrezione, spossati dai primi giorni di vana attesa di un briefing di Tommy Francks, comandante in capo delle truppe americane, nella mega sala-stampa allestita da tecnici degli studios di Hollywood (doppio sic!). Più di un inviato speciale ha dovuto riconoscere, nel corso delle dirette all’interno dei vari telegiornali, l’impossibilità di fornire notizie di un certo interesse sugli avvenimenti in corso… Questa situazione porta spesso il giornalista, come lo spettatore, ad una sorta di “cannibalica fame” del fatto clamoroso, della “sbavatura” (è il nuovo termine che in questa guerra ha rimpiazzato i “danni collaterali” della prima Guerra del Golfo…) colta casualmente da una telecamera o da una semplice macchina fotografica, sfuggite al controllo della censura: ecco le prime vittime del “fuoco amico” (soldati dell’alleanza che si uccidono tra di loro per tragici errori o valutazioni affrettate), la caccia al fantomatico pilota d’aereo alleato caduto sulle rive dell’Eufrate, i due militari iracheni fotografati morti stecchiti nella loro trincea, malgrado la bandiera bianca della resa ancora impugnata da uno dei cadaveri, o i primi prigionieri americani esibiti dalla propaganda irachena (immagini ovviamente censurate dagli organi d’informazione americani)… Le due parti in conflitto si sono trovate in più di un caso intrappolate nel sistema d’informazione che loro stesse hanno messo in atto e sul quale, da ben prima della guerra, ruota la loro strategia politica.

Il rais di Bagdad, pur disponendo, anche in questo settore, di mezzi ridicoli rispetto a quelli del suo nemico, li ha sempre usati con generosità. Il culto della personalità, iniziato dalla televisione irachena 25 anni fa, si è accentuato nel corso degli anni. Il dittatore non ha mai detto esplicitamente “lo Stato sono io” ma la televisione lo ha sempre incessantemente detto per lui, senza rinunciare neppure ad accostamenti molto pericolosi alla sacra tradizione islamica (spesso ci si è spinti ad alternare i “Detti del Profeta” ai “Detti di Saddam”, pratica a dir poco blasfema per un pio musulmano!), indice di un cambiamento radicale rispetto all’immagine di leader laico che il rais dava di sé negli anni ’80, che non gli è valso, comunque, l’incondizionato appoggio dell’islam ultra-ortodosso… La politica mediatica irachena, dopo neanche due settimane messa a tacere dalla distruzione dei sistemi di telecomunicazione e dalla stessa mancanza di corrente elettrica, è stata l’unica vera arma opposta all’avanzata alleata ad inizio conflitto. Alcuni reportages, ritrasmessi all’infinito, fanno parte ormai della letteratura del genere; un esempio su tutti: quello delle immagini dell’elicottero Apache americano (macchina sofisticatissima che costa la bazzecola di 24 milioni di dollari) abbattuto da Ali Ebeid Menguach, un “eroico contadino” che ha dovuto sparare un solo colpo, col suo fucile modello Prima guerra mondiale, per entrare nella storia!

Pochi mezzi e molta fantasia da parte irachena, contro un’enorme e complesso apparato propagandistico americano, con a disposizione un eccezionale budget (in parte pubblico e in parte privato) ed un esercito d’esperti in marketing e pubbliche relazioni che da anni scandagliano la società americana, per meglio influenzarne l’opinione pubblica (l’opinione internazionale interessa relativamente poco). Il cuore di questo sistema è l’AEI (American Enterprise Institute), il covo dei grandi capi della destra radicale conservatrice, meglio conosciuti come i “falchi” della politica americana; tre nomi su tutti: Richard Perle (presidente dimissionario dell’Ufficio sulla politica di difesa per recentissimi scandali finanziari…), Paul Wolfowitz (segretario aggiunto alla difesa, principale stratega civile dell’amministrazione Bush) e la sua “anima gemella”, Donald Rumsfeld, capo del Pentagono che si appoggia su dei civili talmente “falchi”, da far sembrare delle “colombe” i capi militari… Fin dal ’91 i Falchi progettavano la fine di Saddam, ma non avevano ancora trovato un Presidente sufficientemente manipolabile per mettere in atto il loro disegno. I dieci anni di lavoro dietro le quinte, si sono rivelati tuttavia utilissimi ad affinare l’idea, giungendo ad un quasi totale controllo dei media-americani e ad un parziale asservimento della CIA stessa alle strategie politiche. Relativamente al primo aspetto, mister Perle in persona creò sei anni fa un Ufficio chiamato “Progetto per un Nuovo Secolo Americano”, per curare la promozione della leadership americana nel mondo, “educando” (termine espressamente utilizzato nell’ambiente) l’opinione pubblica. La strategia punta ad eliminare qualsiasi mediazione non controllata, tra la sorgente delle informazioni e i canali di distribuzione delle stesse. Questo spiega il perché tutti i grandi media americani abbiano ricevuto un loro ufficio centrale in un corridoio stesso del Pentagono, dove vengono loro forniti i comunicati stampa in contemporanea agli interventi di Rumsfeld stesso e dei vari portavoce dell’Amministrazione, in modo tale che i giornalisti di turno analizzino, a distanza di pochi minuti, il contenuto dei comunicati, “giovandosi”, tra l’altro, di alcune veline distribuite discretamente dal coordinamento stampa militare, della porta accanto…

Naturalmente era importante curare anche una “facciata civile” nei rapporti con l’opinione pubblica! Ecco l’Ufficio Globale di Comunicazione della Casa Bianca, voluto dal Presidente in persona, il cui direttore Tucker Eskew promette fatti, episodi ed informazioni assolutamente fidate, riflesso delle intenzioni del governo. Il primo prodotto di questo solerte ufficio è stato un documento di 40 pagine, copiosamente distribuito ai giornalisti, intitolato: « Un apparato di fabbricazione della menzogna. Disinformazione e propaganda di Saddam Hussein: 1990-2003 ». Qual è il problema? Gli stessi Servizi Segreti americani, hanno criticato questo documento, perché infarcito d’informazioni non verificate e manipolate allo scopo di giustificare una strategia politica prestabilita . Arriviamo così al problema del rapporto tra Amministrazione americana e CIA. Non è completamente corretto dire che la CIA sia fuori gioco ma, a detta di un numero crescente di suoi anziani dirigenti e d’esperti in questioni strategiche, è sempre più prigioniera della “politica spettacolo” che ha capovolto i rapporti di forza. All’ingresso della sede centrale dei Servizi Segreti, a Washington, una targa riporta il passaggio del Vangelo di Giovanni: « Voi conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi » (8,32), Parola di Dio diventata uno slogan programmatico entrato in crisi da quando è sempre meno la CIA a passare informazioni al Governo (che a partire da esse orienta un programma politico), ma è piuttosto il Governo stesso che chiede specifiche informazioni alla CIA, per corroborare decisioni politiche già prese attorno ad altri tavoli di interesse… Ecco un esempio, tra le decine che si potrebbero portare, che allarga quest’imbarazzante situazione ben al di là dei soli Servizi segreti americani. È il 5 febbraio 2003, giorno del famoso intervento del Segretario di Stato Americano Colin Powell all’ONU, primo tentativo, fallito, di ottenere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza per un attacco armato in Iraq. Dopo una prima parte dell’esposizione incentrata sul teorema, ancora oggi senza una minima prova concreta, del possesso d’armi di distruzione di massa da parte irachena, Powell cala sul tavolo l’asso nella manica: un rapporto di 19 pagine prodotto, ufficialmente, dall’Intellicence inglese due giorni prima, con le schiaccianti prove di manovre di depistaggio iracheno al lavoro degli Ispettori ONU e di connivenze tra Bagdad e la rete terroristica di al-Qaida. Pochi giorni dopo, il prof. Glen Rangwala, orientalista all’università di Cambridge, smaschera la clamorosa bufala: si tratta di un maldestro collage (non sono neppure stati corretti degli errori ortografici presenti nei testi originali…) d’articoli già pubblicati e tranquillamente a disposizione su Internet e di estratti di materiale di una tesi sui servizi segreti iracheni redatta da uno studente americano ad Oxford, di evidenti origini orientali: Ibrahim al-Marashi …

La semplice sostituzione mirata di alcuni termini, stravolge completamente il senso di frasi attinte in gran parte da fonti ufficiali, non più top-secret, vecchie almeno di 12 anni! Il caso fa vacillare pericolosamente la poltrona di Tony Blair; al contrario la reazione del Pentagono, per bocca stessa del suo impareggiabile capo Donald Rumsfeld, è un capolavoro d’arroganza mista a cinismo. Alla domanda accorata di un giornalista: «C’è davvero un’evidenza che oggi l’Iraq sia una minaccia per il resto del mondo?», la risposta è di quelle agghiaccianti: «L’assenza d’evidenze non è mica l’evidenza dell’assenza!» . È un rimando implicito ad una delle regole fondamentali dell’infowar: l’assenza di dubbi è la prima vittoria di una guerra dell’informazione. Il conto alla rovescia in vista dell’attacco unilaterale dell’alleanza americano-britannica entra così nella sua fase finale, usando come cassa di risonanza un esercito di canali televisivi, che sulla guerra investono il 90% del loro budget finanziario e delle loro speranze di rilancio in termini d’audience. I presentatori e i responsabili politici mostrano molta determinazione, rispondono con sicurezza a questioni militari e diplomatiche. Lo schermo diviso in due trasmette questa visione schizofrenica che giustappone scene di distruzione, morte e disperazione, a dichiarazioni di fiducia. Lo spettatore deve avere la sensazione di essere un testimone privilegiato della Storia che avanza e, nello stesso tempo, deve essere tranquillizzato con la trasformazione della guerra in video-gioco asettico, sul quale si può addirittura imperniare uno spettacolo d’intrattenimento.

E qui il cattivo gusto non conosce davvero limiti: la MSNBC, canale del gruppo Geneal Electric, non solo ripropone “l’eccitante” conto alla rovescia (quello della fine del millennio) in vista della data del 27 gennaio, giorno del primo rapporto degli ispettori ONU davanti al Consiglio di sicurezza, ma nel talk-show serale “Showdown with Irak” (Faccia a faccia con l’Irak) si arriva ad ideare un gioco a premi per i telespettatori, con domande del tipo: «Quanti missili Scud sono stati tirati da Bagdad su Israele nel 1991? Risposta a: 29, risposta b: 39 o risposta c: 49?» . Molti altri programmi, dal titolo significativo, come: “Target Irak” (Obiettivo: Irak) o “Next Step: Irak” (Prossima tappa: l’Irak), contribuiscono ad un aumento medio del 20% degli ascolti nelle ore di punta e con un unico inequivocabile messaggio, splendidamente riassunto dal titolo di uno speciale di Fox News Channel (la vera nuova voce dell’Amministrazione americana e del Pentagono): “Give war a chance” (Diamo una chance alla guerra)!

Soldi, tanti soldi, un vero business (come quello che si aprirà al momento di intraprendere i lavori di ricostruzione di un Paese devastato): la CNN, ultimamente malmenata dalla concorrenza, si è vista concedere dal gruppo AOL Time Warner che la gestisce, una busta di 35 milioni di dollari (praticamente altrettanti Euro) per coprire il conflitto che potrebbe segnare la sua riscossa! Le news diventano come una droga, immergendo la totalità delle famiglie americane (ma non solo) nel ritmo e nell’atmosfera della guerra: il dissenso è bandito così come la riflessione (considerata un vero e proprio ostacolo al consumo), la logica del confronto alimentata fino al parossismo, l’eliminazione dell’altro benedetta come scelta “d’opportunità preventiva”… Se, come affermato nella risoluzione n.59 dell’Assemblea generale dell’ONU nel 1946, l’informazione è veramente un diritto fondamentale dell’uomo e pietra di paragone di tutte le libertà, allora la problematica dell’(ab)uso dei canali informativi tradizionali, associato allo sviluppo vertiginoso dei nuovi mezzi di comunicazione (non possiamo per motivi di spazio entrare nell’ancora più complesso universo di Internet, che offre oggi più di due miliardi e mezzo di pagine consultabili pubblicamente sul Web, cui si aggiungono quotidianamente non meno di 7 milioni di documenti…), è il problema cruciale di questo nuovo millennio. La conclusione diventa un appello: la vera informazione non luccica! Bisogna abituarsi a prendere l’informazione per ciò che è, un mondo distinto dalla realtà; darle del lei anche quando lei ti da del tu e… interrogare, interrogarsi e approfondire.


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