Nonostante i commossi “siamo tutti Americani” piovuti copiosi dopo il “9/11”, tra Stati Uniti e Vecchio Continente il confronto si è negli ultimi tempi paradossalmente elevato fino a delineare un serrato confronto fra i differenti sistemi di valori dei due “mondi”. Il preconizzato clash of cultures tra universi islamico e occidentale sembra aver coinvolto solo il secondo dei contendenti, quasi costringendolo a rivoltarsi su se stesso, mentre tra il mondo islamico e le società occidentali il confronto continua più semplicemente – e pericolosamente – a fondarsi sul reciproco disconoscimento. Può sembrare il verso ironico del destino, ma tant’è: negli Stati Uniti (oltre a discutere di guerra, ormai punto cardine di questo mandato presidenziale) si osserva con perplessità quest’Europa in costruzione e inevitabilmente debole, senza voce univoca né progetti attuabili nell’immediato, mentre in Europa l’insofferenza per l’unilateralismo americano è sempre più evidente. Studiosi, politologi americani ed europei si confrontano da tempo dalle due sponde dell’oceano lanciandosi invettive, ma anche fraterne pacche sulle spalle compiacendosi di starsene al sole dell’emisfero settentrionale. Ma ormai anche l’opinione pubblica si interroga e si dà risposte, più o meno equilibrate, sui pregi e difetti del modello americano e di quello – in fieri – europeo.
L’ultima pietra ad agitare le già increspate acque del dibattito è forse quella gettata da Robert Kagan con Power and Weakness, in cui lo studioso americano (uno dei grandi nomi della schiera di intellettuali conservatori d’oltreoceano) si propone di stabilire profonde differenze fra Europa e Stati Uniti a partire da concetti che per l’analisi politica rivestono tradizionalmente un ruolo centrale: il potere e la sua legittimazione, l’utilizzo e la gestione della forza, visioni strategiche. Lo stile diretto e le posizioni espresse senza compromessi fanno di questo saggio un utile strumento per cercare di capire perché, da qualche tempo a questa parte, Europei e Statunitensi si trattino sempre più freddamente, quasi rancorosi, ormai incapaci di comprendersi. Ed è uno strumento indispensabile per provare a comprendere quale opinione sia imperante, dall’altro lato dell’Atlantico, riguardo all’Europa, alla sua classe politica e ai suoi cittadini.
Secondo Kagan gli Europei vivono in un (illusorio) “post-historical paradise of peace”, realizzazione terrena della kantiana Pace Perpetua, mentre gli Americani, molto più realisticamente, si guardano prudentemente le spalle dall’uomo-lupo che popola l’anarchico mondo hobbesiano. La conseguenza di queste differenti costruzioni della realtà è lampante: vivere (o convincersene) in un mondo pacificato consente di fondare la propria esistenza sul confronto, sul dialogo, riconoscendo la preminenza della diplomazia e l’insormontabile forza dei trattati internazionali; sopravvivere in un mondo in guerra perenne e incombente condanna invece ad agire con la forza delle armi, impone di cercare di mantenere un ordine, seppur provvisorio, dominando e costringendo all’impotenza i propri avversari. Ed è lo stesso Kagan, da buon statunitense, a sentirsi ostaggio di un mondo non pacificato in cui è necessaria la presenza di una potenza leviatanica in grado di mettere ordine e garantire il progresso dell’umanità (ordem et progresso, sanciva Auguste Comte, ma il suo era un ordine sociale condiviso, non imposto). Ed è esattamente questa bellicosa intransigenza ad essere uno dei più frequentati elementi di critica nei confronti della politica internazionale americana, e Kagan poco o punto fa per smentirlo. Anzi, si lancia in affermazioni assai poco politically correct quando, ricordando l’intervento militare statunitense nei Balcani e quello più recente in Afghanistan, riconosce alle missioni di peacekeeping europee un apporto marginale, quasi risibile, usando un’immagine assai poco felice: gli USA dietro i fornelli a preparare la cena lasciando gli Europei “a lavare i piatti” (the United States making the dinner and the Europeans doing the dishes).
Ma il vero nucleo della riflessione di Robert Kagan è a monte, e riguarda quelle che nella sua opinione sono le cause storiche del divide fra Usa e Ue e in particolare della diversa concezione che i due soggetti hanno del potere e dell’uso della forza. Quella descritta nelle pagine di Power and Weakness sembra effettivamente la situazione in cui il mondo si trova in questo inizio di secolo: da una parte un’Europa dedita all’arte della diplomazia, dall’altra una machiavellica America pronta a stabilire il proprio ordine attraverso la guerra. Kagan riconosce l’esistenza di questo divario ideologico e pratico, e cerca di spiegarne la cause a partire da una considerazione che, pur peccando di semplificatorio determinismo, squarcia il velo dell’ipocrisia europea: l’apparente sottigliezza diplomatica dell’Ue, il suo tentativo di mantenere la pace attraverso la legge, è in realtà la conseguenza della sua debolezza strategica e soprattutto militare.
L’Europa non farebbe altro che “far buon viso a cattivo gioco”: indebolito militarmente, e geopoliticamente marginale dalla conclusione della guerra fredda, il Vecchio Continente ha insomma tentato di dissimulare la propria debolezza ammantandola di senso di responsabilità e di una pretesa visione “postmoderna” delle questioni internazionali, mentre in realtà si tratta più semplicemente della realizzazione di quella che l’autore chiama “la strategia del debole”.
Gli Stati Uniti, dall’altra parte, obbligati dalla storia a rivestire il ruolo di unica superpotenza superstite, in forza di una indiscutibile superiorità tecnologica e militare sono chiamati ad esercitare il ruolo di garante della pace mondiale attraverso l’uso della forza. Una visione manichea ed eccessivamente meccanicistica quella di Kagan, che però riesce a mettere in luce alcune questioni con cui l’Europa – e il pacifismo intransigente – dovrebbero fare i conti. A partire dalla considerazione del fatto che la strada europea verso una legislazione internazionale in grado di preservare la pace mondiale è percorribile fin tanto che esiste una potenza militare in grado di supportarla e di intervenire quando fallisse lo sforzo diplomatico. L’arcinota definizione clausewitziana della guerra come continuazione della politica descrive puntualmente il rapporto complementare fra Europa (supremazia della diplomazia) e America (ricorso alle armi), ma quello che manca in Kagan è esattamente il riconoscimento della complementarietà, lasciando invece intendere una inevitabile e necessaria supremazia dell’azione diretta. Se possiamo concordare sulla necessità (o, più moderatamente, sulla evidenza) della presenza sullo scacchiere mondiale di nazioni in grado di porsi come regolatrici del sistema internazionale (anche se si tratta di una Lonely Superpower (1) , con tutti i rischi di unilateralismo connessi), è difficile invece, tanto per una sorta di amor patrio – o amor continentale – quanto per una visione meno intransigente delle faccende del mondo, negare la validità di una strategia alternativa – o meglio: complementare – come quella incarnata dalla pur fragile politica internazionale europea.
Il primato riconosciuto alla legislazione internazionale non rappresenta tanto il rifiuto della guerra tout court, né può confermare aprioristicamente la debolezza di un soggetto politico, ma risponde piuttosto a due esigenze fondamentali: l’una, di carattere morale, prevede di ricercare vie alternative allo scontro armato, fin quando sia possibile, senza peraltro cadere nella trappola di quel pacifismo radicale che tanti seguaci ha nel nostro Paese; la seconda, di carattere istituzionale, sancisce invece la necessità di fornire all’eventuale attacco armato una cornice legale, assicurata dall’Onu attraverso le sue risoluzioni, in grado di garantirne la legittimità. (2)
Carattere che viene invece disconosciuto dall’arrogante dottrina di George W. Bush del “first strike” che invece, nella visione del più intransigente conservatorismo statunitense, rappresenta l’inevitabile corollario della “strategia del potente”. La disponibilità degli Stati Uniti ad accollarsi autonomamente il peso della guerra (“United States can shoulder the burden”) viene in questo modo a perdere la pretesa di configurarsi come atto altruistico di una “superpotenza benevola”, come suggerisce Kagan, allungando invece l’ombra di un prepotente e aggressivo unilateralismo attribuibile agli Stati Uniti, incancrenito dalla minaccia portata al cuore dell’America attraverso gli attacchi alle Torri Gemelle. L’unilateralismo di cui viene accusata l’Amministrazione americana discende invece esattamente da quella sorta di insofferenza verso la legislazione internazionale – testimoniata recentemente dal ripudio del Trattato sui sistemi antimissili balistici, dalla mancata ratifica della Corte per i Crimini di Guerra e dalla controversia sullo status dei prigionieri della guerra in Afghanistan – in favore di una supremazia concordata al processo di deliberazione democratica interna. (3)
La strategia europea, tacciata di impotente codardia, si inserisce invece di diritto in una visione che potremmo in estrema sintesi definire “equilibrata”: un compromesso tra la guerra preventiva come diritto e atto difensivo da una parte e il rifiuto aprioristico di ogni ricorso alla forza dall’altra, due opzioni che paradossalmente non farebbero altro che riprodurre l’anarchica dinamica hobbesiana della “guerra di ogni uomo contro ogni altro uomo”. Kagan, e con lui l’intellighenzia conservatrice statunitense, si fa invece beffe di tale disegno, ravvisandone l’ipocrisia di una cosciente costruzione di un’utopia utile all’Europa per sottrarsi alle proprie responsabilità e per sottrarsi ad un ruolo storico e politico a cui avrebbe ormai smesso di aspirare.
Sulla scorta di queste osservazioni è allora possibile leggere l’attuale crisi fra Iraq e Stati Uniti, presto trasformatasi in un aspro confronto fra Stati Uniti ed Europa, come emblematica espressione di quella trasfigurazione del modello del clash of cultures a cui si faceva riferimento in apertura. (4)
Al di là delle pur fondamentali considerazioni sugli interessi di carattere economico e strategico-militare alla base della frattura, risulta evidente come in questo caso l’Amministrazione americana e quella che possiamo considerare una possibile proiezione della futura politica estera dell’Unione Europea si siano divise proprio sui metodi di azione, esattamente lungo le linee individuate da Kagan: forza e diplomazia, attacco preventivo e prudente appello alla legislazione internazionale. Ma si tratta anche di una divisione che, se ricomposta, potrebbe paradossalmente portare a quello che ancora manca per poter parlare di Politica Estera Europea, ossia l’individuazione e il riconoscimento di un ruolo strategico definito ed autonomo: il disprezzo per la “vecchia” Europa, ribadita esplicitamente in molte occasioni da diversi esponenti dell’Amministrazione Bush, potrà forse aiutare i politici europei a identificare una distinta e comune identità politica ed una definizione del proprio ruolo strategico in grado di porsi come alternativa culturale, costruita proprio per sottrazione, per contrapposizione a ciò che rende gli Stati Uniti, agli occhi di molti europei, ma soprattutto a quelli di molti popoli “non-occidentali”, una intransigente e minacciosa potenza egemonica.
1) Walter Russel Mead, The Lonely Superpower (Foreign Affairs, marzo-aprile 1999)
2) Scrive Filippo Andreatta, riferendosi al previsto attacco all’Iraq: “si inserirebbe l’uso della forza (…) in un contesto generale di salvaguardia della sicurezza internazionale, sublimando possibili accuse di arbitrio e parzialità e rafforzando, invece di indebolirlo, il diritto internazionale”. [Filippo Andreatta, Tre visioni sulla guerra. Unilateralismo, istituzionalismo, pacifismo (La Rivista del Mulino, Numero 404, 6/2002)]
3) Ad illustrare sinteticamente, ma acutamente, l’origine della “spregiudicatezza americana nella considerazione del diritto internazionale” è ancora Filippo Andreatta che nell’articolo precedentemente citato afferma: “(…) gli Stati Uniti sono stati una democrazia ancor prima di avere una vera e propria politica estera. La legittimazione delle azioni governative è pertanto basata su fattori squisitamente ed esclusivamente interni. Al contrario, la tradizione europea dell’Ancien Régime ha fondato la sovranità degli Stati su basi giuridiche anche molto prima del processo di democratizzazione. Ciò significa che il diritto internazionale concorre con la sovranità popolare nel legittimare le azioni governative. Da questa differenza deriva la maggiore spregiudicatezza americana nella considerazione del diritto internazionale, dovuta all’autosufficienza di una sovranità popolare che deve prevalere quando in contrasto con le deliberazioni di un’autorità internazionale”.
4) Nel caso europeo, a complicare le cose, si è poi inserita la frattura fra l’asse franco-tedesco e quello che sinteticamente possiamo chiamare italo-spagnolo, foriera di una possibile divisione politica dell’Europa le cui linee direttrici sono state ben sintetizzate da Antonio Padoa-Schioppa: “I due uomini che sono oggi alla guida politica di Francia e Germania hanno commesso un errore – Chirac per presunzione, Schroeder per miopia – quando hanno evitato di coinvolgere sin dall’inizio gli altri paesi dell’Unione Europea in una comune politica sulla questione europea. Il Presidente del Consiglio Italiano ha a sua volta commesso un errore quando ha accettato di firmare un documento sull’Iraq che può portare alla divisone politica dell’Unione Europea in tema di guerra e pace.” (La Stampa, 14 febbraio 2003).
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