Immagini, rumori e notizie di guerra occupano gli spazi della cronaca quotidiana. Il rischio d’assuefazione può talvolta farci pensare a realtà semplicemente virtuali e non drammaticamente reali. Ma se si riflette sui meccanismi dell’informazione riversata nelle nostre case dai mass media, ci si accorgerà che anche il virtuale ha la sua importanza. In effetti, ben prima che parlino le armi, una guerra è preparata, innescata e, in seguito, alimentata da un’informazione della guerra (Infowar), basata su un quadro interpretativo apparentemente coerente e, soprattutto, accessibile alle masse, allo spettatore medio. L’informazione è edulcorata, “drogata”, camuffata; termini dal significato equivoco assumono un rilievo sempre più grande come se fossero sinonimi dell’informazione stessa: persuasione, propaganda, educazione, manipolazione, censura… e questo ad ogni latitudine e fin da tempi insospettati, anche se solo negli ultimi anni si possono adottare le tecniche più sofisticate per vincere ad ogni costo la battaglia dell’immagine e del simbolo: la disinformazione diventa una vera e propria arma.
Da sempre, in tempo di guerra, la prima vittima è stata la verità, mentre l’assenza di dubbi è la prima vittoria della guerra dell’informazione. Il cuore di un lavoro efficace di disinformazione è, generalmente, l’introduzione di un solo piccolo particolare falso, all’interno di un sistema assolutamente vero (altrimenti la menzogna non sarebbe più credibile). Fu la convinzione di rendere omaggio ad una dea che indusse i troiani stessi ad introdurre, all’interno delle mura della loro città, il cavallo di legno con il commando di militari nemici: un esempio illustre di credenza manipolata.
Ma per limitarci alla storia recente, è con un piccolo ritocco ad un telegramma dell’allora re di Prussia, Guglielmo II, che il cancelliere Bismark provoca la Francia di Napoleone III alla guerra. Il dispaccio di Ems, del 13 luglio 1870, è all’origine dell’ecatombe franco-tedesca che si concluderà solo nel ’45. A proposito di Seconda Guerra mondiale, Hitler è descritto da molti storici come il più grande demagogo della storia: straordinario arringatore delle folle, dotato di un fiuto quasi animale dei loro bisogni profondi. Goebbels, Ministro della propaganda e dell’informazione del Terzo Reich (il titolo dell’incarico è fortemente significativo), tradurrà con rara efficacia le intuizioni del suo capo, con un’opera di persuasione delle masse incentrata sulla necessità di riportare la Germania umiliata dalle potenze vincitrici del Primo conflitto mondiale, ai fasti di un tempo. Prima d’ogni altro, Goebbels colse le grandi potenzialità della radio per l’indottrinamento delle masse. La propaganda nazista produsse anche documentari e film, volti ad affermare le dottrine codificate nel Mein Kampf e dunque a persuadere i tedeschi circa la necessità di eliminare quelle che venivano considerate le razze etnicamente inferiori e ad inculcare la più totale fiducia e devozione nel proprio fuhrer.
L’Unione Sovietica stessa ha fatto scuola quanto a propaganda e a manipolazione delle informazioni. Nel corso della Guerra di Corea (1950-1953) i sovietici fecero credere all’opinione pubblica che gli americani utilizzavano bombe batteriologiche. La campagna di stampa ad effetto raggiunse il suo apice quando il gen. Matthew Ridgway, un moderato scelto dal Presidente Truman al posto del troppo focoso gen. Douglas Mac Arthur, arrivò a Parigi per assumere il comando delle truppe Nato. Il quotidiano Humanité pubblicò una caricatura che riproduceva la Tour Eiffel nell’atto di cacciare Ridgway con una bomboletta d’insetticida in mano…
Sempre in piena Guerra Fredda, nel 1953, la CIA orchestrò in Iran un colpo di stato ai danni del primo Ministro dello scià, il dott. Mossadeh, capo del fronte nazionale e, soprattutto, leader della campagna per la nazionalizzazione del petrolio (storia antica e sempre nuova…), in chiara opposizione agli interessi economici inglesi (B.P. e Shell) e americani (da poco affacciatisi prepotentemente nella regione). Il Primo Ministro scomodo, venne descritto come un malato mentale ed a Theiran la folla soggiogata insorse chiedendo le sue dimissioni. L’operazione, prima nel suo genere, riuscì perfettamente e al posto di Mossadeh venne insediato il generale Zahedi, un dittatore che, ovviamente, ristabilì per prima cosa le relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna e ottenne un pacchetto d’aiuti per 45 milioni di dollari dagli USA…
L’anno seguente (1954), ancora un lavoro sporco della CIA, questa volta in Guatemala. Democraticamente eletto, il presidente Arbenz, prosegue la politica del predecessore Arévalo, incentrata sulla Carta del lavoro, per favorire la sindacalizzazione dei lavoratori delle piantagioni, e la riforma fondiaria, per arginare il potere dei latifondisti locali egli interessi del colosso United Fruits, prima compagnia americana nell’export della frutta. Il blocco dei latifondisti e dell’azienda americana, comincia allora a sostenere l’organizzazione di gruppi paramilitari in Nicaragua e in Honduras, con l’intento di invadere il Guatemala. A capo di questo fronte, apertamente sostenuto dal presidente USA Eisenhower, il colonnello Castillo Armas. La propaganda trasforma Arbenz, un nazionalista di sinistra, appoggiato anche da dei comunisti, in un agente comunista infiltrato tout court. Nel 1954 inizia la penetrazione dei ribelli in Guatemala, dal confine honduregno e in pochi mesi, il potere è rovesciato. Dopo poco tempo ancora, Eisenhower compie la sua prima visita ufficiale al nuovo governo guatemalteco insediatosi con la forza… Ma con la caduta della presidenza Arbenz, la lotta sociale si era trasformata in una guerra civile mascherata, con una repressione molto dura contro i braccianti agricoli.
4 agosto 1964, il presidente USA Lyndon Johnson, con tono grave, informa l’opinione pubblica mondiale circa un duplice attacco nord vietnamita all’incrociatore americano Maddox, di stanza nelle acque internazionali a largo del Golfo di Tonchino. Quello che la Casa Bianca ometteva di dire è che, nelle settimane precedenti c’erano già state delle incursioni americane, terrestri ed aeree, nel Nord Vietnam e nel Laos. Dei combattimenti erano, dunque, già iniziati clandestinamente e bisognava trovare il giusto pretesto per renderli ufficiali, senza farli apparire come un’aggressione. Oggi si sa con certezza, grazie ad approfondite ricerche documentarie, che mai l’incrociatore Maddox fu attaccato da dei cacciatorpediniere nord vietnamiti. Ma l’emozione pubblica suscitata dall’intervento del Presidente, in diretta televisiva, fu sufficiente per ottenere un voto quasi plebiscitario del Congresso americano in favore di una risoluzione di guerra. È l’inizio della guerra del Vietnam, pagina nefasta per la storia americana recente e momento di svolta radicale nel modo di gestire il rapporto tra informazione e conflitto armato. Lo scacco delle forze armate americane, più ancora che militare, è d’immagine: il fatto di non avere ancora il controllo sulla mediatizzazione del conflitto, isola progressivamente le autorità politico-militari privandole del sostegno dell’opinione pubblica e ponendo le basi del clamoroso tonfo di tutta la spedizione. Inizialmente i giornalisti erano degli alleati dell’US Army, partiti in missione a fianco dei soldati nella prima vera guerra in diretta della storia (dove anche le immagini a colori contribuiscono al crudo realismo dei reportages…).
Ma ben presto si comprende che ci sono due logiche in campo: quella giornalistica dello scoop a tutti i costi, possibilmente senza censure di alcun tipo, e quella dei responsabili militari e dei politici, ai quali interessa giustificare le decisioni prese e dare la sensazione di vittoria imminente per rassicurare soldati, opinione pubblica ed investitori… Quando a fine gennaio del ’68 i Vietcong, presi alla gola dalla potenza militare americana, sono costretti a scatenare un’insurrezione generale, rendendo operative le loro strutture fino ad allora clandestine, la stampa internazionale, praticamente, ignorerà il massacro da loro perpetrato (circa 3000 persone, in buona parte civili) al momento dell’occupazione di Hue (vecchia capitale dell’Indocina), per concentrarsi sull’assalto dei kamikaze comunisti all’ambasciata bunker americana di Saigon. Ampiamente coperto dalle immagini televisive, quest’assalto offre al mondo intero l’impressione di un esercito USA in drammatica emergenza, dando inizio ad un movimento di progressiva opposizione alla guerra, dell’opinione pubblica americana. Quando, nel 1975, l’US Army abbandonerà Saigon nelle mani del Nord Vietnam, il governo americano accuserà senza mezzi termini la stampa di non aver mai smesso di aizzare l’opinione pubblica contro la campagna militare, determinandone, di fatto, il fallimento.
La lezione del Vietnam sarà perfettamente recepita e non solo negli Usa! Da allora informazione e disinformazione diventano il cuore della politica estera delle grandi potenze, così come dei più o meno grandi regimi sparsi sul globo. Si concretizza l’intuizione letteraria di George Orwell in “1984″, là dove si parla di un’organizzazione governativa che costantemente corregge gli avvenimenti del passato a seconda delle necessità del presente, ritoccando anche la realtà, dove necessario. Paradossalmente, il numero delle immagini e delle informazioni in tempo reale diminuisce progressivamente, lasciando il posto ad un’informazione filtrata e fortemente manipolata: certi silenzi diventano talvolta più eloquenti di molte parole e anche i frammenti di realtà che si mostrano possono essere espressione della censura!
Ci sono voluti quasi trent’anni per conoscere le prime verità sui metodi francesi nella guerra d’Algeria, mentre il mistero più fitto copre ancora oggi i massacri inglesi all’epoca della crisi delle isole Falkland-Malvinas, a Sud dell’Atlantico, nell’1981.
“Il più spaventoso del secondo dopoguerra”: così fu definito il massacro del 17 dicembre 1989 perpetrato a Timisoara, città romena ancora sotto il tallone di ferro di Ceaucescu, ultimo satrapo orientale. La famigerata polizia politica del dittatore aveva innescato una feroce repressione: i morti nelle fosse comuni ammontavano a 4.632. La città era semidistrutta, i feriti erano 1.860, tredicimila gli arresti, settemila le condanne a morte. Sugli schermi televisivi di tutto il mondo arrivarono anche le immagini del massacro. Un orrore inenarrabile. Un crimine consegnato alla storia sul quale si fonderà il processo sommario a Ceausescu e alla moglie e la loro successiva esecuzione capitale, con esposizione al pubblico ludibrio: il tutto orchestrato da un’opposizione desiderosa di dimostrare al mondo l’inizio di un nuovo corso… Dopo tre-quattro mesi i dubbi, che già da tempo serpeggiavano, trovarono le necessarie conferme: si era trattato di un falso scoop.
L’informazione aveva “deragliato” come mai era successo in passato. Ci fu chi fece autocritica (due giornali francesi: Liberation e Le Nouvel Observateur), gli altri in tutto il mondo o ignorarono il finto massacro o lo riferirono nelle pagine interne con scarso rilievo. Accadde, in pratica, che la realtà non fu vista da nessuno né raccontata perciò in presa diretta. Furono raccontate delle notizie, che però erano del tutto difformi dalla realtà. Bollare questa vicenda come infortunio dei mass-media, come spesso accade, è accaduto e accadrà, è semplicemente riduttivo.
Claudio Fracassi nel saggio “Sotto la notizia niente” (1), mette a confronto questo falso scoop con una notizia vera e mai data dai giornali e dalle TV di tutto il mondo: quello che accadde due anni dopo, nel deserto d’Arabia, tra Kuwait City e Bassora, trenta ore prima della cessazione definitiva della prima guerra del Golfo. Quell’operazione che fu chiamata poi dai soldati americani “Turkey shoot”, caccia al tacchino in fuga, si svolse mentre l’occhio vigile della Cnn irradiava, in tutto il mondo, immagini della guerra strazianti ma in definitiva rassicuranti: soldati di Saddam che, uscendo dai loro rifugi, si arrendevano allo strapotere dell’armata del gen. Schwarzkopf. Accadde che in rotta verso il nord, migliaia di veicoli si erano ammassati lungo una vecchia strada lontano dalla troppo battuta autostrada a otto corsie Kuwait City-Bassora, creando un ingorgo pazzesco di oltre duemila mezzi: auto, camion, jeep, vecchi autobus, ambulanze, blindati e carri armati straboccanti di civili e militari allo sbando e usati come mezzo di fuga. Scappavano non solo soldati e funzionari di Saddam ma anche palestinesi che temevano le rappresaglie per collaborazionismo, gli indiani e i cingalesi immigrati in Kuwait e timorosi del futuro. La colonna fu bloccata con un attacco dal cielo, ai piedi della collinetta di Mutla Ridge: gli “A-10″ decapitarono la testa e la coda del convoglio con bombe incendiarie al fosforo. Sulla gente impazzita che scappava da ogni parte, si lanciarono i caccia-bombardieri a più ondate. Le vittime furono non meno di 20mila! Ma questo vero massacro non è mai esistito, questi 20mila morti non sono morti, perché i mass media di tutto il mondo, Cnn in testa, non ne hanno parlato.
Alla luce di questo fatto appaiono grotteschi i giudizi entusiastici relativamente al lavoro dei mezzi d’informazione durante la Prima guerra del Golfo, giudizi rafforzati dall’opinione stessa di Bush padre, secondo l’ammissione dell’allora portavoce della Casa bianca, Marlin Fitzwater: «Il presidente trova che la copertura mediatica di questo conflitto è straordinaria!» [Cnn, 26 marzo 1991]. Probabilmente il Presidente alludeva anche al colpo di genio mediatico che permise all’Amministrazione americana, nell’agosto dell’anno precedente, di “arruolare” l’opinione pubblica mondiale nella “sacrosanta prima guerra del bene contro il male”. Parliamo della recitazione d’alta scuola di una giovane e fragile infermiera in lacrime che, davanti alle telecamere di tutto il mondo, condivide l’agghiacciante testimonianza dell’irruzione di soldati iracheni nel reparto maternità dell’ospedale di Kuwait City: bambini strappati dalle incubatrici e lasciati morire sul freddo pavimento. L’effetto è dirompente, l’indignazione sale da ogni angolo della terra, salvo constatare, a guerra ormai iniziata, che la presunta infermiera era, in realtà, le figlia dell’ambasciatore del Kuwait negli USA, ingaggiata per la circostanza dalla nota società americana di pubbliche relazioni, Hill & Knowlton, che aveva ideato la storia dell’uccisone di neonati, copiando un pezzo d’archivio della propaganda americana della Prima Guerra Mondiale, quando venne totalmente inventato che i soldati tedeschi avevano ucciso a baionettate dei neonati durante l’invasione del Belgio!
In questa sommaria cavalcata storica tra notizie “drogate”, manipolate, nascoste o falsificate, è inevitabile un accenno ai recenti sviluppi delle inchieste del Tribunale Penale Internazionale sull’ex Jugoslavia. Se indiscutibilmente il Kosovo ha subito, per più di dieci anni, la politica dell’apartheid messa in atto da Belgrado, con una repressione dai toni massicci e cruenti (una riabilitazione di Milosevic è fuori discussione, così come lo era quella di un Ceaucescu o di un Saddam Hussein!), i motivi addotti dalla Nato per giustificare l’intervento, così come la sua copertura mediatica di tutta l’operazione, definita “esemplare”, hanno perso buona parte della loro credibilità. Le notizie date sul Kosovo dai leader occidentali, sono sempre state terrificanti e, manco a dirlo, a senso unico.
Il 22 novembre 1999, il settimanale americano Newsweek pubblicava un articolo dal titolo “Macabri calcoli: diminuisce il numero delle atrocità”, in cui si può leggere, tra l’altro: « Nell’aprile scorso [1999 ndr], il dipartimento di stato americano diceva che 500.000 kosovari di etnia albanese erano scomparsi nella provincia e si temeva fossero morti. Un mese dopo, il segretario della difesa William Cohen affermava, di fronte ad un giornalista della tv, che quasi centomila uomini in età d’arruolamento erano scomparsi, aggiungendo che potevano essere stati assassinati.
Dopo la fine della guerra […], la Nato ha fornito una stima molto più bassa del numero degli albanesi uccisi dai serbi: in tutto diecimila…». Fermo restando che non è il numero dei morti più o meno alto a rendere efferato un omicidio, come spiegare la discrepanza tra le decine di migliaia di morti annunciati e i 2018 cadaveri effettivamente ritrovati (la stessa accusa ai serbi di aver fatto sparire le tracce dei loro crimini, anche mediante cremazione, non ha mai trovato riscontri probanti)?
Sicuramente hanno influito i dieci lunghi anni della guerra nella ex Jugoslavia, l’esperienza già fatta in Bosnia dei massacri di Srebrenica del 1995, una sorta di “ossessione da fossa comune” radicata nella popolazione kosovara. Il tutto rientrava in una lettura asimmetrica dei fatti, messa in atto fin dall’inizio: il male provocato dalle democrazie occidentali, dietro le insegne della Nato, era involontario, mentre i serbi, collettivamente colpevoli e collettivamente puniti (sul modello iracheno), perpetravano il loro crimini in maniera deliberata. In quest’ottica, le sofferenze di quest’ultimi non potevano che essere considerate alla stregua di semplici “errori” della Nato. All’inizio del 2000, diversi giuristi internazionali hanno inviato un dossier dettagliato al Tribunale penale internazionale sostenendo, in pratica, che i leader della Nato si erano resi colpevoli di gravi violazioni del diritto internazionale. Il 7 febbraio dello stesso anno, Human Rights Watch pubblicava un rapporto in cui citava “attacchi aerei [della Nato] con bombe a frammentazione in prossimità di zone abitate”, “novanta casi di civili jugoslavi morti nel corso di tali attacchi”, con un bilancio provvisorio di vittime civili “compreso tra 488 e 527″. Kenneth Roth, direttore esecutivo di H.R.W., dichiarava negli stessi giorni: «La Nato non ha bombardato le infrastrutture civili per il loro effettivo apporto alla strategia bellica jugoslava, ma per costringere, con queste distruzioni, i civili serbi a fare pressione su Milosevic affinché si ritiri dal Kosovo. Utilizzare i civili in questo modo vuol dire assumersi il rischio di violare il principio di distinzione fondamentale nel diritto umanitario internazionale che autorizza l’uso della forza militare contro obiettivi militari, e lo vieta contro i civili…» (2). Il caso verrà, di fatto, archiviato, facendo leva su un postulato fondamentale: «La Nato non colpisce i civili ma è Belgrado che li usa come scudi umani» (3). La guerra in Jugoslavia, segna il punto d’incontro tra l’ammissione, esclusivamente retrospettiva, degli “scivoloni ” in cui è incorsa l’informazione durante le precedenti crisi e la soddisfazione, istantanea, per la copertura, ritenuta “esemplare”, del conflitto in corso.
Le due cose appaiono, per la verità, strettamente correlate: più implacabile è la valutazione degli errori del passato (Timisoara, guerra del Golfo), più trionfalistico può essere il giudizio sulla copertura della guerra in Jugoslavia. Il consenso auto-celebratore diventa così contagioso da influenzare anche alcuni dei pochi giornali contrari alla guerra. Alcuni intellettuali, particolarmente legati ai media, ritengono assolutamente necessario stigmatizzare “i professionisti del dubbio”, “maestri nell’occultamento, prigionieri di un paranoico atteggiamento da dissidenti” e, in linea generale, i giornalisti vengono messi in guardia contro la “sindrome di Timisoara” che, all’occorrenza, si traduce in una eccessiva prudenza di fronte alle testimonianze dei rifugiati kosovari.
Non vorremmo che il risultato di questo tentativo d’analisi di alcune delle derive perverse dell’informazione, fosse la demonizzazione pura e semplice dell’informazione stessa. Se recenti ripetuti sondaggi testimoniano di una crescente sfiducia dell’opinione pubblica nei mass media, resta pur vero che senza informazione non c’è democrazia. Certo, dietro all’enfatizzazione gridata degli eventi prodotti dallo scenario macrosociale, sembra prodursi attualmente un doppio fenomeno: una sempre più preoccupante mancanza di trasparenza dei messaggi dai connotati sfuggenti e confusi, che produce un’insofferenza degli utenti della comunicazione e un simultaneo blocco del compito di interrelazione organizzata, per la crisi degli organismi tradizionali di mediazione intermedia (partiti politici, sindacati, ecc.).
In termini più generali, l’impoverimento dell’informazione (dovuto anche al crescente senso di frustrazione a cui il giornalista sembra in preda per l’omologazione e la standardizzazione che pervade la comunicazione scritta e televisiva) fa i conti, in definitiva, con la società in cui l’informazione si specchia: la caduta dei riferimenti, dei valori, delle agenzie di senso, le crisi d’identità collettiva, l’emergere del particolare. La riscoperta di valori guida ma anche la difesa strenua della facoltà di riflettere, sono due punti di partenza imprescindibili per un recupero del senso della comunicazione e di un’informazione davvero al servizio dei veri bisogni e del vero benessere della società, così come auspicava anche Giovanni Paolo II nel suo messaggio, del gennaio scorso, agli operatori dei media.
1) Claudio Fracassi, Sotto la notizia niente, I Libri dell’AltrItalia, Roma 1994.
2) The Guardian, 12 gennaio 2000.
3) Radio France Inter, 16 aprile 2000.