Dopo il ripudio torna la guerra

Dicembre 28, 2003

Testo tratto dalla lezione tenuta da Renzo Dutto della Scuola di Pace di Boves nel corso degli ciclo di incontri promosso dalla Scuola di Solidarietà di Saluzzo. (Saluzzo, 4 dicembre 2003).

Comincerei da tre presupposti.

Innanzitutto, un’osservazione che mi parrebbe scontata: dire un «no» radicale alla guerra. Sembrerebbe inutile, ma non è così, perché anche voci a noi vicine ci turbano: la voce di Ruini mi ha profondamente turbato, e come me ha turbato molti vescovi. Domenica facevo un intervento ad Alba con monsignor Dho, che prendeva una posizione molto netta: in un dibattito pubblico si è schierato dicendo che anche noi siamo molto frastornati da queste cose. Questo giubilo patriottico, una grande manovra per tentare di giustificare ciò che non è giustificabile, ci induce ancora una volta a dire con estrema chiarezza un «no» radicale, assoluto, alla guerra. Un «no» prima di tutto morale.

In secondo luogo vorrei anche chiedermi: perché quella guerra che era stata ripudiata dopo la seconda guerra mondiale, ripudiata da molte costituzioni, ritorna, e ritorna addirittura a sostituire la politica? Una guerra, converrebbe ricordare, ripudiata anche dall’Onu.

Ed infine: come fare la pace oggi? Di fronte a questo grande disordine mondiale: come è possibile, con quali mezzi fare la pace oggi?

Credo sia inutile, ma lo dobbiamo ribadire con tutte le forze: se opponi male a male, non blocchi il male, non lo correggi, ma lo raddoppi. In questo modo si è tutti condannati a morte: la violenza sposta i problemi, non li risolve. “Mai le vie della violenza conducono a vere soluzioni dei problemi dell’umanità”: Kant, nella Pace perpetua. “La guerra fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo”. Quanta saggezza nei secoli passati mai accolta! E questo è tutto ovvio, perché la legge della guerra prevede che si può vincere solo superando in malvagità la spietatezza del nemico, cioè aumentando la malvagità. Sennò non è concepibile una guerra, una guerra la fai e devi essere il più cattivo se la vuoi vincere. La guerra non è mai un male minore, è il peggiore dei mali. È il risultato distruttivo di tutte le altre forme di violenza: ci sono le violenze strutturali – l’economia, certe leggi - ci sono le violenze culturali – certi tipi di formazione, di informazione. La guerra può al massimo vincere, mai convincere.

Io credo che sia necessario smascherare la tragica mistificazione secondo la quale ci sarebbero delle guerre “umanitarie”. Io credo che la guerra sia talmente oscena che non abbiamo il coraggio di chiamarla per nome: c’è l’intervento umanitario, noi mandiamo i soldati e non siamo in guerra, i nostri sono “soldati di pace”. Anche su queste cose io ho sempre di più la sensazione che il monopolio dell’informazione ci colonizzi profondamente. Noi siamo in guerra, alleati degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, siamo uno dei pochi Stati del mondo che ha un contingente, con i polacchi, i giapponesi e gli spagnoli. Noi siamo in guerra però non lo diciamo, ma questo non vale solo per l’attuale governo: anche quando c’era le guerra in Kosovo, voi non sentivate mai la parola “guerra”, c’erano sempre e solo aiuti umanitari. Ci sono non guerre umanitarie, ma catastrofi umanitarie. Io mi chiedo come possano chiamarsi “umanitari” interventi che scaricano migliaia di bombe, missili all’uranio impoverito, distruggono ponti, fabbriche, acquedotti, possibilità di comunicare, possibilità di sopravvivere, inquinano l’ambiente. Questi sarebbero interventi umanitari! Come si può chiamare umanitaria una guerra nel momento in cui si nega il diritto primo alla vita? Ecco allora che la guerra non è mai umanitaria, non genera nulla di umano, anzi è l’estrema disumanizzazione.

Ma se è necessario dire il nostro «no» radicale alla guerra, lo diciamo anche perché la guerra oggi è radicalmente cambiata, oggi la guerra ha un potenziale di distruzione senza precedenti: per le armi usate, per il terrorismo, per l’assenza di fronti definiti. Inoltre le guerre oggi sono asimmetriche: in genere si fronteggiano eserciti tecnologicamente superdotati con un potenziale distruttivo e milizie superaddestrate, e dall’altra parte pochi mezzi, vecchi materiali bellici. Pensate a quello che è successo in Iraq: il potentissimo esercito americano rispetto all’esercito iracheno. Ed è significativo che per giustificare l’intervento si sia dovuto cercare di far passare l’idea che l’avversario avesse altre armi potenti: le famose armi di distruzione di massa, che non sono mai state trovate. La guerra, oggi, non è più una guerra di difesa: per secoli si è tentata questa giustificazione, anche all’interno della morale cristiana, nel tentativo di legittimare la guerra perlomeno come guerra di difesa. Oggi, nessuna di queste guerre è di difesa: sono guerre di offesa. Colpiscono oltretutto i popoli, non gli eserciti. C’è un avvenimento significativo: i bombardamenti di Guernica, durante la guerra civile spagnola: per la prima volta nella storia del mondo i civili diventano obiettivi militari. Oggi su 100 persone che muoiono in guerra ci sono 7 soldati e 93 civili, di cui 35 bambini. Ormai c’è sempre meno lo scontro tra eserciti: ormai si uccidono sempre più civili. Dal 1945, dopo la seconda guerra mondiale ad oggi, sono stati uccisi nelle guerre 25 milioni di civili. Oltretutto sono in uso armi che quando non uccidono lasciano segni indelebili. Una guerra che uccide anche dopo i trattati di pace: le mine antiuomo, l’inquinamento ambientale. Inoltre le guerre alimentano masse di rifugiati: 50 milioni di rifugiati negli ultimi 50 anni. Oggi ci sono circa 40 milioni di profughi. 13 milioni di rifugiati, 20-25 milioni di sfollati interni.

Un’altra novità terribile, atroce, delle nuove guerre, è che stanno nascendo gli eserciti privati, presenti soprattutto laddove lo Stato è debole, assente, incapace di mantenere il monopolio dell’uso della forza - pensiamo agli Stati africani. E notate come si definiscono: “fornitori di pacchetti integrati di sicurezza” o “assistenza militare attiva”. Si offrono a Stati ma anche a multinazionali che operano nel Sud del mondo, ma offrono servizi alle stesse forze armate. Quello che è incredibile è che si sta andando verso una privatizzazione della stessa sicurezza: verso una privatizzazione della guerra. Questo modello neoliberista che oggi spadroneggia nel mondo si sta estendendo anche alle armi: lo Stato aliena il monopolio dell’uso della forza. La violenza è una merce che si può comprare, che si può spostare.

La domanda di fondo è allora: perché dopo la seconda guerra mondiale, quando la guerra era stata ripudiata, ripudiata radicalmente in molte costituzioni – pensiamo alla nostra: “l’Italia ripudia la guerra”, pensiamo ad altre costituzioni, alla Carta dell’Onu – come mai nell’arco di pochi anni si è ritornati a assumere la guerra al posto addirittura della politica? Perché quella guerra che era stata ripudiata ritorna in grande stile?

Il discorso secondo me è molto semplice. Basta richiamare due dati sullo sviluppo e la distribuzione delle ricchezze a livello mondiale: il 20% dell’umanità consuma l’86% del reddito. E a partire dagli anni ’60 la forbice si è terribilmente allargata: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri. In altre parole sono fallite radicalmente tutte le politiche di sviluppo che avevano caratterizzato l’economia negli anni del dopoguerra. Nell’immediato dopoguerra tutti i paesi del mondo erano convinti, o almeno speravano, di poter portare tutto il mondo ai livelli di vita e di benessere del mondo occidentale: i paesi poveri erano “paesi in via di sviluppo”.

Il secondo aspetto fondamentale è quello ambientale: tutti i rapporti sullo stato del mondo dimostrando come il modello dello sviluppo sia fondato su una serie di miti: questo sistema capitalista può funzionare solo se c’è una crescita infinita. Alcuni indici che utilizziamo sono per certi aspetti paradossali: è chiaro che il Pil degli Stati Uniti è cresciuto dell’8%: è chiaro, perché si fa la guerra. Abbiamo un indice che aumenta non se aumenta il benessere della gente, ma aumenta nel caso di una catastrofe: c’è una guerra e il Pil aumenta. Ci sono allora delle contraddizioni enormi. Ora, la contraddizione più grande: ci può essere una crescita infinita? L’ambiente la regge? Vedete quello che sta succedendo al clima. Sono domande molto serie, ma alle quali in genere non ci sono risposte nei “salotti della politica”.

E allora, di fronte a questi due grandi problemi, il sistema economico-politico che domina il mondo si accorge che non è in grado di assumere l’intera popolazione mondiale in un progetto comune di vita e di sviluppo. E ce ne accorgiamo intono agli anni ’80, quando la parola “globalizzazione” entra nel linguaggio economico per sostituire il concetto di “sviluppo”, che comincia a non funzionare più. Proprio perché ci si accorge che la fruizione dei beni della terra goduti prevalentemente da 1/5 dell’umanità non si può estendere agli altri 4/5. E allora ecco che il sistema mondiale assume una parte del mondo contro l’altra. Ed ecco allora come la guerra si inserisce nel processo di globalizzazione: è una rincorsa senza fine per il controllo delle risorse. Se è vero che la popolazione americana, il 5% di quella mondiale, consuma il 26% del petrolio prodotto ogni anno del mondo, si capiscono già molte cose… Gli obiettivi per cui si combatte a questo punto non sono più nazionali, con fronti definiti: i confini sono sempre più dilatati, e soltanto alcuni precisi interessi creano i cosiddetti “stati canaglia”. È vero: negli stati canaglia ci sono i dittatori, ma in tanti altri stati ci sono dittatori, però non disturbano.

Ecco allora che l’asse portante della politica di oggi è questa rottura dell’unità del mondo. Sono fallite le politiche di sviluppo: non ci si illude più che tutti possano raggiungere un certo livello. E allora la guerra ritorna come presidio di un rapporto di dominio nei confronti dei poveri, come volontà degli Stati Uniti e dei propri alleati di imporre a qualunque costo il loro dominio su aree considerate di loro interesse. Siamo nel 1983, subito dopo l’invasione di Grenada, e Reagan in televisione dichiara: «noi siamo andati a Grenada non per andare a difendere gli interessi di qualcun altro, siamo andati a difendere i nostri interessi, perché ormai i nostri interessi hanno un carattere globale, e vanno difesi in qualunque parte del mondo noi li sentiamo minacciati».

D’altronde cosa vuol dire oggi Bush quando afferma che “il sistema di vita degli americani non è in discussione”, quando noi sappiamo che il livello più alto di consumo di certi prodotti, del petrolio ad esempio, è proprio degli americani… e anche nostro, però, perché anche noi difendiamo in qualche modo questo sistema. E allora manifestare per la pace significa anche manifestare contro questo modello economico e sociale che alimenta la guerra.

Il capitalismo è divenuto sempre più selvaggio ed egoista, e riscopre la guerra per difendere i propri interessi e privilegi. Ma come ha fatto, come è stato possibile? La domanda inquietante è questa: come è stato possibile in questi anni riuscire a colonizzare tante menti? Perché per portare avanti questa politica di dominio è necessario far apparire estrinsecamente buono e democratico il nuovo dio che oggi governa il mondo: il dio mercato. Questo è stato possibile attraverso la mediatizzazione globale: un sistema mediatico cui era stato assegnato il compito di forgiare un’intera fabbrica dei sogni. Giulietto Chiesa scrive «la nostra è la prima epoca a chiedere l’omologazione di tutti gli uomini come condizione della loro esistenza, ma affinché l’adattamento non venga avvertito come una coercizione è necessario che il mondo in cui viviamo non venga avvertito come uno dei mondi possibili, ma come unico mondo fuori del quale non si danno migliori possibilità di esistenza».

Questo tipo di modello sta generando una catastrofe per l’umanità. Ma allora che fare? Se la politica, se i poteri che oggi dominano il mondo non sono capaci di promuovere pace e giustizia, credo che siamo chiamati noi a farlo: la società civile, le chiese, i popoli, i gruppi, i movimenti, i giovani soprattutto. Dobbiamo essere noi a pensare a nuove strade, dobbiamo farci capaci di progettare dal basso un nuovo modello di solidarietà fondato sulla difesa e promozione dei diritti, e non sul soddisfacimento mercantile dei bisogni, lasciando al mercato la promozione dello sviluppo dei popoli.

Proviamo a percorrere alcune strade: io metterei sempre al primo posto la formazione. Più che mai dobbiamo studiare, studiare per capire i meccanismi di dominio, per capire le guerre che sono annidate al centro del sistema, al centro della nostra società. Una formazione severa nell’analisi, in grado di produrre capacità di discernimento del complesso quadro socio-politico. Se il quadro dell’analisi è troppo pesante, a volte è molto più comodo tacere, ma la soluzione non è quella di non sapere: se si conosce si può resistere, la resistenza implica coscienza e conoscenza. Una formazione allora capace di ripensare questo modello di sviluppo, anzi, capace di ripensare lo stesso sviluppo: il vero sviluppo è lo sviluppo umano, lo sviluppo deve essere inteso in forma antropologica, dobbiamo liberare questo sviluppo dalle pastoie economicistiche, non c’è soltanto uno sviluppo economico. Una formazione per combattere il pensiero unico, Latouche parla della necessità di “decolonizzare l’immaginario”. E proprio perché noi siamo stati colonizzati dentro, nel nostro sistema cognitivo, Petrella suggerisce di “delegittimare la nozione economica dominante per mettere allo scoperto l’antropologia che essa sottende”. Una formazione in altre parole per contribuire a cambiare questa società.

La seconda strada: la strada della non violenza, una non violenza radicale. Fare giustizia, ma con mezzi pacifici. La non violenza non è il sogno di un mondo utopico, ma una necessità inderogabile dell’unico mondo possibile se vogliamo sopravvivere. La non violenza è già stata una realtà, non è un sogno, è la storia del cammino di liberazione dei popoli: quante lotte non violente ci sono state, spesso ignorate dai libri di storia. Ma è chiaro che il «no alla guerra» resta sterile se non ci impegniamo a prepararci, ad addestrarci a lotte di difesa e di liberazione non violenta. Il presidente della vecchia Cecoslovacchia, Havel, diceva: «non possiamo aspettare i fiori che non abbiamo mai piantato». Noi investiamo tantissimo in spese militari, ma mai che si sia pensato di spendere qualcosa anche per pensare ad altri tipi di lotta diversa: le lotte non violente. La non violenza non è assenza di lotta: è lotta ma senza l’uso delle armi, senza violenza. E allora sarà necessario lottare, con l’obiezione di coscienza, con la disobbedienza civile, con la non-collaborazione, con il boicottaggio. A volte queste parole fanno un po’ paura: ma sono i mezzi di lotta non violenta, che si potrebbero anche applicare a macro livelli: si potrebbe far crollare un’economia senza guerra. La disobbedienza: lo dico sempre con un po’ di angoscia dentro, perché la realtà profonda della non violenza è ubbidire alle leggi, anche se sono ingiuste, però denunciarle. Però fino a quando puoi ubbidire? Ci sono dei momenti nella storia in cui io sono chiamato a dire «no», perché altrimenti può essere troppo tardi. Don Milani ci ricordava di non fare dell’obbedienza uno scudo, «bisogna che ognuno si senta responsabile di tutto: non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla, posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi da osservarle in quanto sono giuste». Per Milani le leggi sono giuste quando sono la forza del bene. Continua Milani «solo quando vedranno che non sono giuste, quando non sanzionano il sopruso dei potenti, essi dovranno battersi perché siano cambiate». E allora dobbiamo interrogarci sul fino a dove, fino a quando dobbiamo obbedire, quando invece dire «no», io non ci sto più, io boicotto.

Contro la guerra, allora, forse dobbiamo ripensare il nostro modello di vita: c’è una parola che fa rabbrividire, o ridere, tutti: austerità. Oggi, in questo clima consumistico, dire «bisogna essere sobri, consumare meno», sembra una battuta stupida. Anzi, c’è una pubblicità che dice «consuma, che più consumi più aiuti l’economia a crescere», perché siamo sempre all’interno di un’economia della crescita. Ma se il mondo è così, due miliardi di persone non hanno di che sopravvivere, se la torta è quella che è, il mondo più giusto ci sarà probabilmente solo quando si ridistribuiranno le risorse. Tutti i documenti ci dicono che questo tipo di società è capace di produrre enormi quantità di ricchezza, ma non è capace di distribuirla. Allora, se è vero che il mondo è uno solo e le ricchezze sono quelle che sono, forse non bisognerà ripensare a una sobrietà, ad un modello di sviluppo che metta al centro una parola che oggi non va di moda, il limite? Già Ghandi diceva «se le masse vogliono eliminare le ingiustizie della società capitalista, devono tentare di realizzare una più equa distribuzione dei prodotti del lavoro, ciò implica necessariamente la moderazione e la semplicità volontariamente adottata; non dovremo più preoccuparci di ottenere quello che possiamo, ma rifiuteremo di prendere quello che non tutti possono avere».

Oltretutto è dimostrato che il consumo oltre certi livelli non porta più benessere, ma malessere: c’era uno slogan molto bello nel maggio francese: «finirete con il crepare di comodità», ed è proprio così. Questo tipo di benessere sta anche distruggendo la nostra qualità della vita, alcuni economisti “alternativi” ci dicono che noi potremmo lavorare molto di meno, il che vuol dire avere tempo per molte altre cose. Ma uno dice: “eh, ma il guadagno?”. Anche qui, tutto deriva da un tipo di economia che ci dice che il nostro reddito deriva esclusivamente dal salario. Perché non possiamo pensare ad altri tipi di reddito? Forse varrebbe la pena nei prossimi anni di iniziare questo tipo di dibattito. Perché questo tipo di economia potrebbe anche crollare. Andiamo a vedere l’Argentina: fino a cinque o sei anni fa era indicata come modello dalla Banca Mondiale e poi improvvisamente è arrivata alla fame.

Nonostante tutte queste cose, io credo che non dobbiamo perdere la speranza. È nostro compito, lo diceva bene Balducci in una bellissima frase: «dobbiamo forzare l’aurora a nascere». Perché ci sono tanti segni positivi: la gente vede, è contraria, discute. Sono segni di speranza i milioni di persone che in tutto il pianeta credono che sia possibile un mondo diverso. È segno di speranza che in molti luoghi, nei modi più diversi, si sia pregato, si sia digiunato per la pace. È un segno di speranza che migliaia di balconi si siano colorati con i colori delle bandiere della pace, non era indifferente, non era un segno stupido, era a volte un segno di grande coraggio. È un segno di speranza che i potenti della guerra non abbiano potuto ignorare le grida di milioni di persone. Qualcuno dice: «avete perso, perché intanto la guerra s’è fatta lo stesso». Vero, ma hanno dovuto temporeggiare, hanno dovuto raccontare bugie. È segno di speranza che persone di diverse generazioni sfilino insieme per la pace. È segno di speranza vedere tanti giovani ribellarsi. Allora non dobbiamo rassegnarci, dobbiamo continuare a riflettere, a pensare. Ricordate quella bellissima poesia di Bertolt Brecht: «Generale, il tuo carro armato è una macchina potente, spiana un bosco e sfracella cento uomini; ma ha un difetto: ha bisogno di un carrista. Generale, il tuo bombardiere è potente, vola più rapido di una tempesta, e porte più di un elefante; ma ha un difetto: ha bisogno di un meccanico. Generale, l’uomo fa di tutto, può volare e può uccidere; ma ha un difetto: può pensare». Qui sta uno dei nostri compiti: continuare a pensare.

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