Sulaymania, Iraq

Dicembre 28, 2003

Il dottor Silvio Galvagno, nel corso della sua permanenza presso l’ospedale di Emergency a Sulaymania, in Iraq, ha mantenuto i contatti con gli amici mediante la posta elettronica: riportiamo qui alcune lettere inviate tra ottobre e novembre 2002.

27 ottobre

Mamo è un ragazzino di 12 anni, ce lo porta l’ambulanza di Emergency dal confine iraniano: sono due ore piene di strada non troppo brutta. Mamo ha toccato qualcosa che era per terra, ma il padre non sa o non vuole specificare meglio. Tutti sanno qui che il confine tra Iraq ed Iran è stato a lungo zona di guerra tra questi due paesi, pare sia disseminato di mine ed altri ordigni inesplosi, ed Emergency vi ha costruito dei punti di pronto soccorso. Dopo circa un’ora e mezza di intervento, Mamo esce dalla sala operatoria vivo ma gravemente mutilato: ha perso l’occhio destro e con il sinistro vede appena la luce, è stata amputata la mano sinistra e tutto il braccio destro ha ferite profonde, così come le due gambe, un drenaggio toracico raccoglie il sangue dal polmone destro. Mi sembra di rivivere la storia dell’Afghanistan dell’anno scorso: cambiano i nomi, la lingua, i paesi ma il copione è sempre lo stesso. L’oculista che abbiamo chiamato scuote la testa: forse servirebbe un trapianto di cornea a sinistra, ma a Baghdad nessuno può certo farlo, provate a Teheran, costerà un mucchio di soldi, ci dice.

Lo stesso capita ad un ragazzo sui 20 anni, tre schegge penetranti nell’addome. E poi arrivano da Kirkuk cinque feriti: erano di ritorno da Baghdad su di un pulmino quando un gruppo di predoni - li chiamano Alì Babà - hanno sparato all’autista che però è riuscito a fuggire: alcuni si sono salvati, 3 sono morti e 5 li hanno trasferiti da noi dopo un primo soccorso all’ospedale principale di Kirkuk. Kirkuk è una grande città sulla strada che da Baghdad porta nel Nord, verso Mosul. Ci sono passato per arrivare a Sulaimaniya: è una città di pozzi petroliferi contesa in passato tra i kurdi e Saddam Hussein. Sporca e rovinata, è in mano adesso alle milizie irachene, che devono assicurare l’ordine interno; non vedo militari americani, ma loro – mi dicono - si preoccupano di custodire i pozzi di petrolio… In lontananza vedo due pozzi bruciare con denso fumo nero.

Qui all’ospedale di Emergency a Sulaimaniya sono rimasto da solo come staff internazionale: lavorano con me tre giovani chirurghi kurdi, Haffan, Alwar e Faraidhum. Haffan racconta: ha la giovane moglie che sta facendo chemioterapia per un tumore che in queste zone non era comune, ma i farmaci non si trovano, e sono molto costosi, anche per un medico… e poi dovrebbe fare la radioterapia, che a Baghdad prima di questa guerra facevano, ora forse preferisce portare la moglie a Teheran. Ma il tumore… forse le armi chimiche, e poi l’uranio impoverito… non sa.

Gli altri di Emergency, Mario il coordinatore medico del programma, Helga una infermiera e Claudio l’architetto sono a Baghdad, 4 ore di macchina da qui. Proprio oggi che è una giornata nera a Baghdad: 5-6 attentati contro gli USA, il terrorismo islamico aspettava l’inizio del Ramadan per iniziare la controffensiva. In ospedale raccontano ciò che sentono alla radio, tutti malati ed infermieri parlano dell’inferno di Baghdad. Hemin, uno dell’amministrazione dell’ospedale e che sente sovente la sorella a Baghdad, mi dice: non credere che se alla televisione dicono che c’è stato un soldato ucciso sia davvero così, sono sempre di più le vittime reali. E non credere che la gente vede bene gli americani: hanno fatto molto per liberarci da Saddam, ma ora sono visti come truppe di occupazione che non fanno niente per la gente normale… Anche noi viviamo blindati, casa ospedale ed ospedale casa; il quartiere dell’ONU qui a Sulaimaniya sembra un fortino, con blocchi di cemento, sacchi di sabbia, filo spinato e mitragliatrici in ogni angolo…

Mario Helga e Claudio sono diretti a Karbala, grande città araba sciita a sud della capitale, un’ora di macchina: lì Emergency deve iniziare a giorni la costruzione di un centro chirurgico per i feriti di quell’area. La politica di Emergency è sempre uguale: si guardano i bisogni reali della popolazione civile, e così in Afghanistan gli ospedali sono stati aperti sia in zona di mujaheddin che di talibani, e qui in Iraq nel Nord tra i kurdi perseguitati da Saddam Hussein, ma anche ora tra gli arabi sciiti martoriati dalla “libertà disorganizzata” come chiama oggi Rumsfield la situazione ingestibile del paese.Spero che Mario Helga e Claudio tornino presto…

1 novembre

Verso le 6 di sera – stavamo uscendo dall’ospedale – arriva un pick-up carico di gente affannata che urla: scaricano con attenzione, avvolto in un telo, un corpo che sembra morto. E’ una ragazza minuta, uno scricciolo che peserà 40 kg, orrendamente ustionata, ansimante, respira appena. Haffan, il chirurgo kurdo di guardia mi dice subito “ustione del 100%, non ce la farà.

L’ospedale di Emergency a Sulaimaniya, nel Nord-Iraq, ha di recente aperto un reparto di 20 letti proprio per gli ustionati, 10 adulti e 10 pediatrici. Il resto dell’ospedale, 100 letti in tutto, è occupato da feriti da guerra: le mine e “oggetti inesplosi” (cluster bombs, granate…) al primo posto, perché qui nel Kurdistan iracheno per tre milioni e mezzo di gente dicono che ci siano 10 milioni di mine sparse nei campi, terreni minati prima durante la guerra tre Iran ed Iraq, quindi da Saddam Hussein a fine anni ottanta quando tentò la depurazione dei Kurdi distruggendo più di 4000 villaggi, minando i campi, lanciando i gas, infine con i bombardamenti durante gli anni di embargo.

Hamida, 18 anni, non ce la farà, morirà dopo 24 ore, ma almeno morirà senza soffrire. Era una studentessa, famiglia povera della periferia della città. Kamran, l’infermiere capo del reparto ustionati, con timore e sottovoce, mi racconta che Hamida si è cosparsa di kerosene e si è data fuoco. Nel reparto altre due giovani donne sono tra la vita e la morte con una storia simile, ed è – mi dice – una usanza non rara tra le loro donne. Una di queste, Payman, ha tentato di uccidere il figlio piccolo prima di appiccarsi il fuoco, quasi sempre alle spalle c’è una storia di disperazione familiare, marito o fratelli morti in guerra, gravi difficoltà economiche, fragilità psicologica. L’infermiere continua, le donne kurde sono molto sottomesse agli uomini, fin da bambine devono solo ubbidire, crescono nelle paure più assurde e così da adulte restano labili dentro; la vita dura, la guerra, i campi minati sono l’ultimo passo verso la tragedia.

Sono passati due giorni ed anche Payman sta spegnendosi. Oggi è venerdì, giorno festivo per l’islam, mi chiamano in ospedale perché Payman, cosciente, apre ancora gli occhi, lamenta molto dolore, aumento la morfina ma non c’è altro da fare, le mani sono nere e dure come cuoio, è tutta gonfia di liquidi, non urina più. Quando tentano il suicidio è facile intuirlo, sono ustionate dalla testa in giù, hanno i capelli che puzzano di kerosene: si versano la benzina in testa e si appiccano il fuoco. Ma nessuno lo ammette, è un disonore anche per i parenti.

E Kamran va oltre: è angosciante anche per lo staff kurdo stare 8 ore a contatto con malati così gravi, soprattutto per le giovani infermiere, che sovente devono essere cambiate di reparto prima che vadano in depressione. Ma per lo più le donne si ustionano per cucinare o per riscaldare la casa, usano dei rudimentali fornelli fabbricati dagli artigiani locali, delle specie di bombole di benzina miscelata con aria che si incendiano e scoppiano con facilità. E con loro arrivano in ospedale anche i bambini piccoli, sempre in casa con le madri, anche loro con gravi ustioni. Certo che i fornelli importati dai paesi ricchi sono più sicuri, ma costano cari, e quando non ci sono i soldi, meglio correre qualche rischio…E mi viene la rabbia a pensare che in Iraq, paese dalle enormi riserve petrolifere, i poveri debbano morire bruciati perché non hanno i mezzi per cucinare e riscaldarsi in maniera sicura.

Mentre torno a casa, nel traffico caotico di una città araba, dalla moschea sento il muezzin cantare le litanie dell’imbrunire, e penso che non c’è solo la guerra spettacolo: Payman sta combattendo – e perdendo - la sua guerra, senza clamore…”

8 novembre

Dicono che Sulaimaniya conti 700.000 abitanti, una città caotica come in tutto il terzo mondo, un misto di turchi e di arabi, un traffico rumoroso al quale si aggiungono le cantilene dei muezzin dalle moschee. Il bazar è un grande mercato sempre affollato, dai colori vivaci e dove puoi incrociare le donne arabe coperte da lunghi vestiti neri ma anche ragazze con il velo e pantaloni attillati, dove si può trovare di tutto, dai vestiti tradizionali kurdi alle sete cinesi, dalle spezie coloratissime alle medicine occidentali, dai fucili da caccia alle placche e viti per interventi di ortopedia…qualunque cosa manchi al nostro ospedale, si va al bazar e lo si trova. Ci vado accompagnato naturalmente: gli estremisti islamici esistono anche qui, anche se la maggior parte dei kurdi sono filo-americani.

Il Kurdistan iracheno, con le sue due grandi città di Erbil e Sulaimaniya, è ricco di petrolio e i Kurdi da anni lottano per l’autonomia e per liberarsi dal regime di Saddam Hussein. Tra il 1980 ed il1988, durante la guerra con l’Iran, proprio nel Kurdistan iracheno Saddam ha minato estese linee del fronte lungo il confine: si parla di 10 milioni di mine, di cui una buona parte provengono dalla Valsella italiana (le Valmara VS69), e sono tutte zone abitate da contadini kurdi. Finita la guerra con l’Iran, ha deportato migliaia di Kurdi lasciando villaggi fantasma alle spalle, ha usati i gas come armi chimiche…è comprensibile che oggi i “peshmerga”, i combattenti kurdi siano filo-americani. Qui da noi sventolano assieme sia la bandiera irachena che quella kurda, ed ovviamente sono scomparse immagini o statue di Saddam. Su qualche muro in città hanno scritto “W Bush”.

Tuttavia parlando con persone istruite, medici, amministrativi, insegnanti, non sono così tranquilli e sicuri circa l’esito della guerra: gli americani – dicono – si stanno facendo sempre più odiare dalla gente comune, appaiono sempre più come invasori, che sfasciano le case e non hanno rispetto per le persone. Hanno poi il timore che, per cercare alleati, gli americani (e le Nazioni Unite) facciano entrare i Turchi da nord: sarebbe un bagno di sangue in queste montagne, dove da sempre questa gente ha combattuto contro i turchi.

Sono soltanto piccole impressioni che sto ricavando giornalmente: nessuno si espone con discorsi chiari, ma tutti in ospedale mi fanno capire questo stato d’animo: hanno paura del ritorno di Saddam, ma sanno anche che gli americani non sono sulla strada giusta. Intanto pressoché giornalmente arrivano feriti da Kirkuk, un’ora di macchina da noi: sono iracheni coinvolti in scontri armati con gli americani, o con predoni, o con “terroristi”, anche perché tutti viaggiano armati. Forse qualcuno tra i malati sarà anche un terrorista… Un ragazzo che avrà 20 anni, poliziotto iracheno, è arrivato con l’arteria femorale recisa e la coscia spappolata da una sventagliata di fucile mitragliatore: amputazione. Poco dopo un uomo giovane arriva con un proiettile nell’addome, sempre da Kirkuk.

Questo stillicidio di volti contratti dal dolore, di occhi sbarrati e impauriti non passa alla televisione, ma noi lo vediamo tutti i giorni; e vediamo anche come queste persone riprendano poi a vivere, a sorridere con i loro drenaggi che pendono dal torace o dall’addome, a camminare con due stampelle e un moncone di gamba… sono le vittime che non contano.

15 novembre

La “Spinal Unit” dell’Emergency Hospital a Sulaimaniya è un repartino di 10 letti molto accogliente, pulito e allegro, fiori di plastica, televisore per i pazienti, piccola palestra interna per la ginnastica. Sulle pareti nelle camere grandi fotografie di ex-pazienti nelle loro nuove case, o durante gite con lo staff di Emergency, che regolarmente gli fa visita E’ il massimo che si può dare per sollevare il morale dei malati: tutti giovani gravemente paralizzati, colpiti da proiettili e schegge che hanno spappolato il midollo spinale.

Jabar, 20 anni, muove un poco la braccia e niente altro, non può neanche essere messo seduto perché il tronco non lo regge. E’ arrivato dopo 3 mesi, dopo essere stato in un piccolo ospedale fuori Baghdad, un proiettile gli ha spaccato le vertebre al passaggio tra collo e torace, - dice il fratello – durante una sparatoria con gli americani. Jabar si è salvato, ma è arrivato con decubiti sacrali e sui fianchi spaventosi, pus, febbre, infezione urinaria. Lo abbiamo già portato 3 volte in sala operatoria per una toeletta accurata delle parti morte e infette ma la situazione è grave. Lui è depresso, è costantemente costretto a pancia in giù, triste e parla poco…non so se la considera una fortuna che il proiettile non sia stato mortale. E come lui tutti gli altri: chi è più fortunato viaggia in carrozzina.

Gli infermieri e i fisioterapisti sono molto ben preparati ed affiatati tra di loro: l’obiettivo è di rendere questi poveretti autonomi sulla carrozzina, senza piaghe da decubito, con un parziale controllo della vescica per urinare, ed infine dare loro un lavoro per sopravvivere nel loro villaggio. Emergency gli fornisce il piccolo capitale iniziale: la macchina da cucire per fare il sarto, gli strumenti per fare il calzolaio…Dopo 3 o 4 mesi di degenza sono pronti per affrontare di nuovo la vita…i più fortunati, perché Jabar non ce la farà.

Qualche giorno fa da Halàbja ci portano due ragazze ferite durante una sparatoria, una all’addome ed una sfigurata nel viso da un proiettile che le aveva attraversato la faccia: parlando con Nausad, capo sala operatoria, mi racconta del villaggio di Halàbja, il villaggio dove Saddam nel 1986 usò i gas come armi chimiche. Decidiamo di andarci venerdì pomeriggio, giorno festivo, ed in poco meno di due ore arriviamo ad un bel villaggio ai piedi delle colline che portano in Iran. Il 16 marzo 1988, verso mezzogiorno arrivano gli aerei di Saddam, cominciano a bombardare, la gente fugge, cerca rifugio fuori casa e subito dopo gli aerei ripassano a bassa quota riversando nuvole di polvere sconosciuta, fumi dall’odore di aglio o di mela ( una miscela di gas nervino, iprite, cianuro). In meno di tre ore muoiono 5000 persone, quasi l’intero villaggio.

C’è un museo in Halàbja con le foto fatte dagli iraniani arrivati in soccorso: intere famiglie morte per strada mentre correvano, un madre per terra con il figlio piccolo coperto e stretto al petto, altri gasati sul furgoncino mentre tentavano di andarsene…Non c’è quasi distruzione: le bombe sono state poche, soltanto per stanare le gente dalle case, perché i gas facessero più effetto. Quelli non morti subito, anche essi alcune migliaia, sono stati portati dagli iraniani in Iran per le cure di gravi ustioni. Sulle pareti del museo i 5000 nomi delle vittime scritti in arabo. La guerra tra Iraq ed Iran durò dal 1980 al 1988, i kurdi di confine venivano accusati da Saddam di essere partigiani simpatizzanti degli ayatollah di Teheran. Nel Museo dopo le foto raccapriccianti dei civili gasati, ci sono foto storiche di Halàbja negli anni 50 e 60 che fanno vedere gente colta e laboriosa, feste paesane allegre, una società per niente arretrata: lo sterminio di Halàbja in realtà faceva parte di una pulizia etnica per arabizzare il Kurdistan iracheno.

Nausad aveva ragione. Per capire la maledizione della guerra non basta la sala operatoria, occorre anche la memoria storica dei fatti: quelle foto che mi restano oggi impresse dentro, camminare per le strade di quel villaggio immaginando le nuvole di gas dall’odore di mela, il racconto di chi aveva parenti tra le vittime…

22 novembre

Ibrahim Muhammad era uno sminatore iracheno che lavorava per conto dell’agenzia inglese MAG (Mine Advisory Group): parecchie decine di uomini stanno ripulendo dalle mine le campagne attorno a Kirkuk, a poco più di un’ora di macchina da noi. Quel giorno l’ambulanza del FAP (Punto di Pronto Soccorso) messo su da Emergency in Kirkuk, ci porta tre feriti da mina. Due hanno schegge diffuse nel torace ed agli arti ma non sono gravi. Il terzo, Ibrahim, forse 25 anni, è angosciante da vedere; oramai comincio ad avere una certa esperienza di feriti da mina, ma questa volta sono rimasto pietrificato. Scomparse tutte e due le gambe, portate via dalle schegge di mina, rimanevano brindelli di carne nera sporca. Il braccio destro inesistente dal gomito in giù, a sinistra un mozzicone di mano senza dita, ferite ai genitali, al viso e lesioni gravi agli occhi. Ibrahim è scioccato, senza sangue. In dieci minuti siamo in sala operatoria per le amputazioni, e subito arriva l’oculista iracheno dal “Teaching Hospital” che è a pochi passi da noi: un occhio è perso e l’altro forse potrà cavarsela, si vedrà nel tempo, mi dice il Dr. Kawa. Mi dice anche che un occhio è stato distrutto da due frammentini di osso sparatigli quando la mina gli ha disintegrati gli arti.

Ibrahim se la cava, riceve sette sacche di sangue, ora è in carrozzina, cosciente e racconta. Stava recuperando una Valmara V69, la conosce bene perché sono le più comuni quassù nel Nord Iraq, mi dice anche che sono italiane queste mine, e mi vergogno di essere italiano in mezzo agli infermieri iracheni che ascoltano in silenzio. E poi ancora, mi spiega che la Valmara ha cinque punte che sporgono dal terreno, se vengono appena sfiorate fanno esplodere una piccola carica che fa saltare la mina a circa mezzo metro fuori dal terreno, e qui la detonazione principale spara circa 2000 schegge metalliche per un raggio di 15 metri. Ha imparato a fare lo sminatore a Kirkuk in un corso di due settimane. Di V69 ce ne sono tante perché fuori Kirkuk Saddam aveva un grosso campo militare che aveva difeso minando tutta la zona. Ibrahim stava portando questa mina assieme alle altre già recuperate, per farle poi brillare, ma qualcosa non ha funzionato… Ibrahim non è morto perché aveva il giubbotto di protezione, per cui addome e torace sono stati illesi, la visiera di protezione del viso se l’è tolta perché era sicuro in un lavoro che aveva fatto ormai tante volte, i suoi compagni che lo aspettavano erano a più di dieci metri da lui. Ibrahim è sopravvissuto, ma come si fa a considerare fortunato uno che è ridotto ad un tronco senza arti, e cieco! Guadagnava 170-200 dollari al mese, ora avrà un indennizzo: un suo amico anche lui amputato ha ricevuto 10.000 dollari. Penso: ma come fa ad avere la voglia di raccontare, con voce dura e sicura, come fa ad avere ancora la voglia di vivere?

Anche stasera ci salutiamo, e lui mi ferma “dottore, sono preoccupato per i miei occhi, dimmi che uno si salva”, e ho capito che sotto le bende stava piangendo…

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