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Capolavori da un continente
28 dicembre 2003, 16:56
Filed under: Rivista, Visioni

Vent’anni fa sembrava che l’arte moderna avesse esaurito le sue energie e stesse morendo per una lenta amnesia. L’ispirazione e la vitalità dell’Impressionismo se n’erano andate: Cézanne era morto da poco e Renoir, un uomo anziano, era l’ultimo di una generazione che sembrava priva di successori. Picasso e Matisse avevano rivelato il loro talento, ma né l’uno né l’altro aveva ancora manifestato compiutamente la propria personalità. Qualche nuovo motivo, qualche concezione di fertile influenza era indispensabile perché sia l’uno che l’altro potessero mettere pienamente a frutto i propri talenti. Sia l’uno che l’altro avevano consapevolezza di energie non impiegate, non organizzate, nell’attesa di qualche innovazione plastica che loro stessi fossero capaci di realizzare e sviluppare.

È stato allora che, come per miracolo, l’arte di una regione lontana, incompresa e disprezzata, apparve all’orizzonte, e tutto quanto ne fu trasformato. In un tempo incredibilmente breve, le energie compresse furono liberate, una nuova e intensa vitalità si manifestò in tutti i campi dell’attività estetica; e l’arte europea, che era sembrata appassita, fiorì una volta di più…

Paul Guillaume,
L’art négre e le avanguardie del ’900, 1926

Con queste parole il mercante d’arte francese Paul Guillaume, amico di Modigliani, Picasso, Braque, Derain, introduceva nel 1926 la prima mostra d’arte africana svoltasi negli Stati Uniti, sottolineando l’assoluta centralità che quest’arte aveva avuto per la radicale svolta di cui furono protagoniste le avanguardie europee di inizio Novecento.

In realtà, com’è noto, già in precedenza si era registrato un crescente interesse per le manifestazioni artistiche delle culture cosiddette ‘primitive’, ancora però tutto intriso di quel gusto colonialista di attrazione per il “grottesco” ed il “caricaturale” che aveva caratterizzato, in un primo tempo, l’epoca delle grandi scoperte geografiche e, in un secondo tempo, tanto il romanticismo di un Victor Hugo quanto il più raffinato sensualismo di un Charles Baudelaire. Al contrario, è a partire dal valore iniziatico che si potrebbe attribuire alle sale africane dell’Exposition Universelle di Parigi del 1889 e allo sconvolgimento che esse provocarono sul futuro fauve Paul Gauguin che l’art négre si configurò come irrinunciabile fonte d’ispirazione per gli artisti europei, simbolo di un’espressività capace di distruggere gli ormai stanchi rigori formali del naturalismo razionalista della tradizione pittorica occidentale e di farne esplodere i confini verso nuovi territori dello spirito e della mente: dalla rivoluzione cubista e dalle prime manifestazioni delle diverse varianti dell’espressionismo fino alle più recenti avanguardie degli anni ’50, quali per esempio l’art autre francese e il neoespressionismo nordamericano.

E proprio alla riscoperta di questo universo artistico è dedicata, tra il 2 ottobre e il 15 febbraio, la mostra Africa. Capolavori da un continente alla Galleria d’Arte Moderna di Torino, promossa dalla Città di Torino, dalla Fondazione Torino Musei, dalla Compagnia San Paolo, da ArtificioSkira e curata dal maggior studioso italiano di arte africana Ezio Bassani. La mostra, suddivisa in quattro sezioni e allestita sui tre piani della Galleria, propone oltre 400 opere che mirano a ricostruire ben 3000 anni di storia e provenienti dalle maggiori collezioni d’Europa, d’America e d’Africa, proponendosi così come la più significativa esposizione mai realizzata in Italia sull’argomento.

La prima sezione, “I grandi regni”, rappresenta forse quella meno nota e, in tal senso, più stupefacente: il visitatore viene accolto dai meravigliosi bronzi dell’antica città di Ife e da sculture in terracotta provenienti dalla regione di Nok in Nigeria, opere che, risalenti rispettivamente al VI e al IX secolo d.C., scoperte dai ricercatori soltanto a partire dal 1910, sono presenti in mostra grazie ad un prestito eccezionale del museo nigeriano di Lagos. Ma lo stupore è poi destinato ad aumentare nelle sale immediatamente successive, le quali ospitano le sontuose sculture del più recente regno del Benin, “il paese del leopardo e dell’avorio”, come erano soliti chiamarlo gli inglesi prima della sua distruzione e della razzia delle sue bellezze avvenuta per ‘merito’ di un loro corpo di spedizione nel 1897: si potranno ammirare i capolavori di questa civiltà, tutti provenienti dai musei di Vienna, Berlino, Monaco, Lipsia, Liverpool e tra i quali spiccano le tre monumentali teste di regina, le teste di leopardo in avorio e le zanne di elefante con incisioni che raccontano le vicende dei re. Ancora, le sculture lignee dei popoli della Falesia, nate dalla creatività di sconosciuti artisti che tra l’XI e il XV secolo d.C., riparandosi dalle invasioni islamiche, si rifugiarono nelle zone più aspre ed impervie del continente per conservare le proprie radici e tradizioni, senza re, senza ricchezze, senza armi.

La seconda sezione, “Il collezionismo delle corti cinquecentesche e gli avori afro-portoghesi”, è invece dedicata alla prima scoperta europea dell’arte africana, avvenuta attraverso i navigatori portoghesi vero la metà del 500. Ben presto ne nacque una vera e propria moda che indusse tutte le corti, da quelle del Portogallo fino a quelle di Spagna, Italia, Francia e Nord Europa, ad arricchire le loro collezioni con preziosissimi oggetti ornamentali d’avorio commissionati a scultori dell’Africa occidentale: una cinquantina di pezzi di estrema delicatezza e fragilità, presentati insieme a una raccolta di carte e mappe geografiche dell’epoca attestanti l’interesse che man mano andava crescendo tra nobili e mercanti europei.

La terza sezione, “Gli artisti del ’900 e la scoperta del primitivismo”, riporta ormai al periodo ed alla rivoluzione artistica indicata precedentemente nel passo di Paul Guillaume: da una parte si possono trovare ricostruiti gli ateliers di alcuni dei maestri dell’avanguardia novecentesca con alcuni degli oggetti africani posseduti dagli artisti stessi, dall’altra un’ampia raccolta presenta alcune delle opere realizzate in questa temperie culturale: tra le altre, dipinti e sculture di Picasso (Nudo di donna e Testa di Maria Teresa), Modigliani (Cariatide), Brancusi (Musa addormentata), Derain (Figura accovacciata), Matisse (Jazz), Leger (La creazione del mondo), Moore (Figura seduta), Laurens, Lipchitz e, per la prima volta da quasi un secolo, le piccole statuette di Gauguin ispirate alla mostra parigina del 1889 da cui tutto nacque.

Infine, una quarta sezione pone in primo piano il collezionismo di artisti e mercanti d’arte relativo a questo rinnovato interesse novecentesco, con circa 120 opere – maschere, statue, feticci, idoli, reliquiari – prestate per l’occasione dal Metropolitan Museum di New York, dal Detroit Institute of Art, dal Minneapolis Institute of Art, dal Musée Royal de l’Afrique Centrale di Tervuren e dalle più prestigiose collezioni europee.

Da sottolineare poi ancora il ricco catalogo pubblicato per l’occasione che, oltre ad illustrare le opere esposte con approfondite informazioni, ospita contributi e saggi di importanti ricercatori e studiosi dei diversi settori che la mostra mette in luce: dall’introduzione del curatore Ezio Bassani agli interventi di Maria Grazia Messina, Stefan Eisenhofer, Jean Louis Paudrat, Anne Marie Bouttiaux, Omotoso Eluyemi e Ferdinando Fagnola.

Qualora si volesse trovare un neo non indifferente al vasto progetto allestito alla GAM, occorrerebbe forse sottolineare come non siano presenti opere ed oggetti capaci di testimoniare le frontiere e i sentieri percorsi dall’arte contemporanea africana, che pure è tra le più vivaci e fertili dell’attuale scena artistica internazionale. Sarebbe stato probabilmente non ozioso far emergere come non si tratti affatto di un mondo defunto e da chiudersi tra le mura del museo quale episodio storicizzato ed esaurito, come la tradizione continui tutt’ora e come oggi più che mai l’Africa abbia qualcosa da dire al cosiddetto ‘villaggio globale’; e questo proprio per sfuggire ai cliché dell’evoluzionismo ottocentesco e al mito del ‘buon selvaggio’ (con il relativo implicito privilegio della più ‘avanzata’ cultura occidentale) in cui ancora, a dispetto degli sforzi di molti studiosi, si rischia costantemente di ricadere. In questo senso, lo stesso concetto di ‘capolavoro’ risulterebbe in certo qual modo pregiudiziale, figlio di quell’ideologia del ‘genio’ e dell’homo faber tipica dell’individualismo borghese della nostra tradizione a partire perlomeno dal Rinascimento, mentre forse la sconvolgente attualità di questi oggetti consisterebbe proprio nel loro es-porre un contesto comunitario rituale e sacrale in cui la firma dell’artista creatore si perde nei meandri di quella regione dello spirito in cui le nostre analitiche suddivisioni temporali e concettuali non hanno ragion d’essere – per dirla con Conrad, in the heart of darkness. In ogni caso, un viaggio non comune quello proposto dalla mostra, lungo il quale accompagnano il visitatore le musiche composte da Nicola Campogrande e la parole del narratore africano Amadou Kourouma, recente vincitore in Italia del Premio Grinzane Cavour che ha accettato di scrivere un lungo testo per la mostra ispirato alla tradizione orale dei cantastorie suoi antenati:

…In verità, vi dico che sono figlio e nipote di grandi cacciatori. E così, ho evocato, perché mi assistano, gli antenati che mi ispirano. Sono sicuro che ora stanno qui, intorno a me. Nell’ombra, sono accorsi in aiuto del figlio e del nipote. Nell’ombra, se ne profilano le parvenze. Sono qui, intorno a me, seduti in terra con le gambe incrociate. Hanno indossato la tenuta da caccia, con il berretto frigio, la cotta alla quale hanno appeso numerosi grigri, specchietti e amuleti. Portano a tracolla un lungo fucile da caccia e nella mano destra tengono in vista lo scacciamosche, insegna del capo. È vero, non si vedono, non si possono vedere, ma si sentono, se ne avverte la presenza tradita da un impercettibile brusio. Parleremo degli oggetti esposti con loro, davanti a loro: saranno loro a guidarci…

Amadou Kourouma, Un’altra visione della mostra,
dal Catalogo della mostra, ArtificioSkira, Firenze, 2003

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