zatopek


Il suono del nuovo cinema Usa
28 dicembre 2003, 16:48
Filed under: Rivista, Visioni

Per quali motivi possono essere accostati due film come American Beauty e Magnolia? Risposta facile: sono entrambe opere di giovani registi americani, che hanno avuto un notevole successo di critica e di pubblico e che offrono uno spaccato della attuale società americana colta attraverso le sue crisi esistenziali e generazionali, attraverso i suoi “mali di vivere”. Risposta esatta.

E, sicuramente, dopo un’analisi più attenta ed approfondita dei due film, molti spettatori ricaverebbero ancora parecchi elementi in grado di accomunare queste due opere. Pochi però accosterebbero i due film sulla base della colonna sonora, o meglio, in virtù delle funzioni che la colonna sonora viene ad assumere a contatto con le immagini. Credo infatti che American Beauty e Magnolia possano rappresentare, in ambito statunitense, il culmine di un’evoluzione riguardante l’uso della colonna sonora.

Per comprendere meglio questo percorso può essere utile avere come punto di riferimento il cinema classico hollywoodiano. Se si prende in considerazione la colonna sonora di un qualsiasi film compreso tra gli anni ’30 e ’50, non sarà difficile individuare uno o più leit motiv legati ad un personaggio, in genere il protagonista, l’eroe o l’eroina. Pertanto quel particolare tema ricorrerà in corrispondenza dell’entrata in scena del protagonista oppure ogni volta che questi viene nominato o evocato, ricordato o pensato da uno degli altri personaggi. In genere questi motivi sottolineano e mettono in evidenza un particolare tratto della personalità dell’eroe: potremmo allora avere una musica romantica oppure misteriosa ed inquietante o ancora dinamica, meno melodica e più ritmata per sottolineare l’azione o l’avventura vissuta dal personaggio.

Ora, se si presta attenzione alla colonna sonora dei film più rappresentativi del nuovo cinema americano, e American Beauty e Magnolia costituiscono un esempio lampante a questo proposito, ci si accorge della assoluta assenza di leit motiv legata agli eroi. Perché? Viene spontaneo chiedersi. “Forse perché non ci sono più eroi” viene spontaneo rispondere. O meglio “Non ci sono più gli eroi di una volta”, tanto per parafrasare un abusato luogo comune.

E’ facile giustificare questa affermazione prendendo in considerazione Magnolia, dal momento che si tratta di un film corale, con molti protagonisti le cui storie si intrecciano e si intersecano. Ciascuno di questi personaggi, inoltre, rappresenta con la sua vicenda esistenziale, un diverso modo di vivere la mancanza d’amore. Dunque si tratta di uomini e donne sconfitti dalla vita che si barcamenano reagendo al loro dramma e cercando di seppellire il passato ora ricorrendo a droghe o psicofarmaci, ora fingendosi dei vincenti, ora fuggendo dalle proprie responsabilità. Siamo perciò lontani anni luce dalla categoria degli eroi del cinema classico hollywoodiano.

In American Beauty troviamo invece un personaggio protagonista che ha tutte le caratteristiche dell’anti-eroe o, se preferiamo, dell’eroe contemporaneo, dell’uomo qualunque. Ma più che indagare se Lester Burnham possa essere definito o meno un eroe, è interessante notare come anche in questo film non vi sia alcun motivo musicale che si lega al protagonista o ad altri personaggi. Sia in Magnolia che in American Beauty troviamo dei motivi ricorrenti che hanno soprattutto la funzione di sottolineare situazioni, atmosfere, stati d’animo. Si può dire in questi casi che la colonna sonora è parte integrante del film in quanto aiuta a comprenderne il significato, non solo quello superficiale, denotativo, legato a quanto le immagini raccontano, ma quello più profondo, connotativo, legato a ciò a cui le immagini rimandano.

In American Beauty, per esempio, un tema malinconico e irrisolto, costituito da poche note di pianoforte, accompagnate dagli archi che creano un’atmosfera quasi magica, sottolinea i momenti “autentici” del film in contrapposizione a tutto ciò che è falsità, patina esteriore, falsa bellezza. Questa musica dolcissima e discreta si sente infatti per la prima volta nel momento in cui Ricky, il figlio dei vicini dei Burnham, sta filmando ciò che vede dalla finestra della propria casa: Lester Burnham e la figlia Jane stanno parlando in cucina, in seguito ad un litigio che si è appena concluso tra Lester e la moglie Carolyn.

Una variante di questo tema torna per sottolineare il rapporto tra Ricky e Jane, che è forse l’unico rapporto autentico che si viene ad instaurare tra i personaggi del film. La stessa musica commenta il momento in cui Ricky mostra a Jane “la cosa più bella che abbia mai filmato”: un sacchetto di carta mosso dal vento per la strada. Ricky afferma di essere riuscito a cogliere in quel momento la “vera bellezza”, sensazione simile al “guardare Dio negli occhi”.

Ma la prova che questa musica non sia legata semplicemente ai personaggi di Ricky e Jane si ha nella parte finale del film, quando lo stesso tema malinconico commenta l’approccio tra Lester e Angela: è il punto cruciale del film ed è il momento della verità, dell’autenticità. Non appena Lester comincia a spogliare Angela per avere un rapporto con lei (rapporto che è stato immaginato e sognato ad occhi aperti da Lester per tutto il film) la ragazza gli rivela, tremante, che si tratta per lei della prima volta. In questo istante la musica cessa e Lester si allontana dalla ragazza guardandola non più con desiderio ma con occhi paterni. La sua passione per l’amica della figlia è svanita come una bolla di sapone: in Lester è scattato qualcosa che gli ha fatto capire quanto fosse ridicolo e inautentico il suo comportamento precedente. La musica dolce e malinconica riprende in sottofondo sul dialogo tra Lester e Angela che finalmente parlano tra loro in maniera “autentica” dopo aver messo da parte le loro maschere: lui quella di “irresistibile macho”, lei quella di “provocante ninfetta”.

Ancora una variante di questo tema torna sulle ultime immagini del film: Lester, che è appena stato ucciso, rievoca i momenti più belli della sua vita, autentici perché racchiudono la vera bellezza e forse la vera felicità (torna, fra le ultime immagini, quella del sacchetto di carta mosso dal vento). La musica si fa via via più serena e distesa: la voce fuori campo di Lester ormai morto sta descrivendo la gioia che si prova nel contemplare tanta bellezza: un giorno ciascuno di noi potrà provare questa ineffabile sensazione. E’ quindi questa musica discreta, malinconica, sempre irrisolta e tenuta in sospeso a sottolineare tutto ciò che si contrappone alla falsità dei rapporti, all’inautentico, alla bellezza di facciata, all’ “american beauty” appunto.

In contrapposizione a questo tema un altro motivo musicale interviene per mettere in evidenza tutte le situazioni false, ingannevoli, “di facciata” che si vengono a creare nel corso del film. Si tratta di una musica gelida, inespressiva, affidata a poche note di xilofono, cui si uniscono qua e là altri tipi di percussioni.

Questo tema freddo interviene all’inizio del film quando Lester presenta se stesso, la sua famiglia e la sua vita; sottolinea le immagini in cui Carolyn tira a lucido una casa che vuole a tutti i costi vendere in quella stessa giornata; torna a commentare le immagini relative alla falsa storia d’amore fra Carolyn e un agente immobiliare che le fa concorrenza (Carolyn gli si concede per motivi di lavoro); poche note in sospeso dello xilofono accompagnate dagli archi tornano sul tentativo di Lester di avere con la moglie l’intesa sessuale di un tempo, ma il tentativo fallisce perché Carolyn ha paura che Lester sporchi con la birra il costoso divano.

Sono ancora poche note di xilofono, triangolo e percussioni a sottolineare due situazioni false, ingannevoli, riguardanti l’idea che il colonnello Fitts si fa di suo figlio Ricky: si tratta del momento in cui il padre di Ricky fruga nella camera del figlio e crede che questi offra a Lester le proprie prestazioni sessuali in cambio di denaro. In una scena successiva il colonnello Fitts sembra avere la conferma di ciò spiando il figlio che si trova in camera con Lester (in realtà i due stanno facendo uso di droga).

C’è ancora un altro motivo musicale che si lega all’inganno della falsa bellezza: è una musica orientaleggiante fatta soprattutto di percussioni, campane tibetane, xilofono, triangolo, suoni elettronici indistinti e confusi. E’ questo tipo di commento sonoro a sottolineare i sogni ad occhi aperti di Lester che hanno sempre Angela come protagonista: nella prima “visione” la ragazza, durante un balletto, si spoglia liberando dal suo corpo petali di rose rosse. E’ ancora un petalo di rosa rossa ad uscire dalla bocca di Lester che sogna di baciare Angela, mentre in un’ultima “visione” Lester immagina di parlare con Angela immersa in un bagno di petali di rosa. Questo fiore sembra dunque essere il simbolo della bellezza ingannevole, della felicità che si crede di raggiungere cogliendo pochi istanti di intenso piacere.

Si può dire allora che in American Beauty sia soprattutto la musica, composta da Thomas Newman, a far cogliere i principali nuclei tematici del film, guidando lo spettatore ad una lettura più approfondita, quasi sintetizzando il messaggio dell’opera. Questo avviene anche perché si tratta di una colonna sonora perfettamente in linea, coerente col linguaggio del film: se alla musica malinconica dell’autenticità corrispondono per lo più le immagini videoamatoriali grezze e scarsamente definite realizzate da Ricky, alla musica della bellezza di facciata corrispondono immagini perfettamente definite, patinate e coloratissime.

Anche in Magnolia è la colonna sonora ad introdurci in maniera sotterranea ma forse più diretta al “messaggio” del film. Le primissime immagini presentano una serie di strani avvenimenti legati fra loro da delle curiose coincidenze. La voce fuori campo del narratore, che illustra e commenta i fatti, ci suggerisce che questi sembrano solo in apparenza governati dal caso, ma non è possibile parlare di semplice fatalità. A queste immagini si unisce una serie di suoni indistinti e confusi, a tratti somiglianti ad un’orchestra che sta accordando gli strumenti, a tratti simili all’effetto di un disco ascoltato al contrario. La colonna sonora appare dunque perfettamente in linea con quanto mostrano le immagini: una serie di eventi vissuti da persone comuni, legati fra loro da semplici coincidenze. La voce fuori campo però suggerisce un legame misterioso tra quei fatti apparentemente frutto del caso, proprio perché “stranezze simili accadono di continuo”.

Subito dopo attaccano i titoli di testa e la canzone “One” interpretata da Aimee Mann fa da sottofondo alla presentazione di tutti i personaggi del film: questa volta la colonna sonora suggerisce in anticipo un collegamento tra le vite dei diversi personaggi, secondo quanto era stato accennato precedentemente dal narratore. Sarà solo successivamente infatti, con il procedere del film, che ci si potrà rendere conto di ciò che accomuna i protagonisti delle singole vicende: ciascuno di essi reagisce in maniera diversa al fatto di aver vissuto una mancanza d’amore, oppure subisce le conseguenze legate al fatto di non aver saputo dare amore.

Ed è un altro tipo di musica, creata da Jon Brion che commenta e lega fra loro lo sviluppo delle vicende aventi come protagonisti i personaggi presentati: è a questo punto possibile comprendere meglio le loro vite e il dramma che stanno vivendo.Tali immagini sono sottolineate da un tema triste e cupo affidato agli archi che ripetono ostinatamente poche note. A queste si alternano temi più melodici ma sempre amari e malinconici. I vari temi si susseguono senza mai risolversi e si ripetono con un andamento circolare: è un commento sonoro che sembra non finire mai, così come senza fine ci appaiono il flusso dell’esistenza e il susseguirsi delle vicende umane. In effetti questa musica cupa affidata agli archi s’interrompe in rari momenti nel corso del film.

Dopo una prima interruzione, riprende con un altro tema che ha l’andamento di una marcia funebre: la musica si fa più grave e lenta e il tema, sempre irrisolto, diventa a tratti più tranquillo, arioso, pacato. Siamo nella parte centrale del film, dove i protagonisti delle singole vicende sono arrivati ad una sorta di momento della verità, come se fossero stati messi a nudo di fronte al dramma della loro vita. Ancora una volta la colonna sonora coglie “l’anima” delle immagini: è una musica capace di esprimere tutto il dolore e la miseria umana vissuti da persone che hanno “toccato il fondo”.

Se una canzone accompagnava l’entrata in scena dei personaggi, la musica degli archi triste ed incalzante sottolineava l’avvio delle singole vicende, una specie di marcia funebre accompagnava lo sviluppo centrale delle storie, è una sorta di “danza macabra”, dall’andamento più movimentato e travagliato rispetto alla musica precedente, ad accompagnare lo sviluppo conclusivo delle vicende, sviluppo che trova il suo culmine nel momento in cui tutti i personaggi del film cantano insieme (sempre seguiti da un montaggio alternato) la canzone “It’s not going to stop”.

Dunque presentazione, sviluppo centrale, sviluppo conclusivo e conclusione vera e propria delle azioni dei personaggi: ciascuna parte del film è contraddistinta da un diverso motivo musicale, sempre comunque caratterizzato da temi in minore, irrisolti, affidati agli archi.

E, dopo la conclusione, l’epilogo: seguiamo ancora, dopo la fine delle storie, le azioni di alcuni personaggi. La musica ora è di tutt’altro tipo: si è fatta più serena, spensierata, leggera, sembra una variazione in tono maggiore sul tema della canzone “It’s not going to stop”. In effetti ci troviamo ormai fuori dalle drammatiche vicende dei personaggi dei quali abbiamo condiviso il dolore e la sofferenza, mentre torna, a mo’ di cornice, la voce fuori campo del narratore che sottolinea nuovamente la casualità e la stranezza dei fatti illustrati nelle primissime immagini del film.

Dunque anche in Magnolia come in American Beauty ci troviamo di fronte ad una colonna sonora che, assolutamente slegata dai personaggi, si fa portavoce del significato ultimo, del messaggio, della “filosofia” del film. Si tratta inoltre di una musica coerente, perfettamente in linea col linguaggio e con lo stile del film.

Sia American Beauty che Magnolia inoltre permettono di cogliere un’altra novità interessante rispetto all’uso convenzionale della colonna sonora nel cinema hollywoodiano classico: in entrambi i film si ricorre moltissimo a musica preesistente, soprattutto a canzoni. A volte si tratta di musica intradiegetica, giustificata cioè dalla narrazione (un personaggio ad esempio accende la radio) a volte di musica extradiegetica e allora le canzoni contribuiscono, al pari della musica creata appositamente per il film, a dare ulteriore significato alle immagini.

Generalmente un uso convenzionale della colonna sonora, molto frequente nel cinema hollywoodiano classico ma non solo, fa percepire una frattura tra la musica extradiegetica ed intradiegetica dal momento che questo secondo tipo di musica assume spesso la funzione di semplice riempitivo, specie se si tratta di canzonette. Ora in Magnolia assistiamo ad un uso interessantissimo delle canzoni che sono sempre scelte con oculatezza in quanto il loro significato si sposa benissimo con quanto scaturisce dalle immagini. Questo fa sì che non si percepisca mai una frattura tra la musica intradiegetica e quella extradiegetica poiché entrambe contribuiscono in pari misura a farci penetrare più profondamente nel film.

Dal momento che sarebbe adesso troppo lungo analizzare e tradurre i testi di tutte le canzoni inserite nella colonna sonora del film, mi limiterò a fare solo alcuni esempi.

Si può cominciare dalla overture della “Carmen” di Bizet. La musica è introdotta a livello intradiegetico: si tratta di una risposta musicale che Stanley, il giovane concorrente di un quiz televisivo, dà a Jimmy, il presentatore. Il bambino canta con voce angelica, in francese: “L’amore è un uccello ribelle che nessuno al mondo può domare e per noi è vano chiamarlo se lui ci oppone il suo rifiuto”. La musica della “Carmen” passa poi inavvertitamente a livello extradiegetico (non è più giustificata né da una radio né da una televisione accesa) e commenta il dialogo tra un poliziotto e Claudia, una ragazza cocainomane di cui il poliziotto si innamorerà; ora, non occorre dilungarsi molto a spiegare come le parole del brano cantato da Stanley potrebbero costituire la “morale” delle vicende vissute non solo da Stanley, Claudia e il poliziotto, ma da tutti i personaggi del film, accomunati dal vivere senza essere amati o dall’incapacità di dare il proprio amore alla persona giusta al momento giusto.

Ma la trovata più originale del film, a livello di colonna sonora, sta nella canzone “It’s not goig to stop” cantata contemporaneamente da tutti i personaggi del film: abbiamo in questo caso una interessantissima fusione tra livello extradiegetico e intradiegetico. E, ancora una volta, le parole della canzone, che fanno riferimento alla difficoltà di dare e ricevere amore, contribuiscono a far cogliere il significato del film.

Anche le ultime immagini presentano un uso originale della colonna sonora: all’inquadratura fissa di Claudia in lacrime si unisce, a livello extradiegetico, la canzone “Save me”, mentre in sottofondo è possibile distinguere ciò che il poliziotto, solo in parte fuori campo, sta dicendo a Claudia. In questo caso assistiamo ad un ribaltamento dei piani sonori: il primo piano è affidato alla canzone, mentre stanno in secondo piano le parole pronunciate dal poliziotto (normalmente sono i dialoghi ad essere in “primo piano sonoro” rispetto alla musica). Questa trovata induce lo spettatore a focalizzare l’attenzione sulle parole della canzone che potrebbero benissimo interpretare i sentimenti di Claudia dal momento che dicono: “Salvami dalla schiera di mostri che hanno il sospetto di non poter amare nessuno”.

Anche in American Beauty sono molte le canzoni inserite nel film, sia a livello extradiegetico che intradiegetico. Ciò che si nota subito in maniera evidente è la contrapposizione fra la musica ascoltata da Carolyn e quella ascoltata da Lester: la prima è molto melodica, melensa, perfetta colonna sonora di una vita felice, serena, realizzata, quella che probabilmente crede di vivere Carolyn; la musica ascoltata da Lester è musica rock degli anni della sua gioventù, forse a significare una sorta di nuova giovinezza che Lester sta vivendo nel momento in cui si ribella allo stile di vita imposto dalla moglie. Ed è significativo che, durante una discussione a cena con Carolyn, Lester, che si è appena licenziato perché ha deciso di cambiare vita, comunichi alla moglie di voler alternare, d’ora in avanti, l’ascolto della musica nell’ora dei pasti con canzoni che siano anche di suo gradimento.
Anche in questo film, come in Magnolia, è possibile fare un esempio di come le parole di una canzone, usata come commento ad una scena, racchiudano il significato ultimo non solo di quella scena, ma dell’intero film. A tale proposito si può prendere in considerazione uno dei momenti chiave del film: l’incontro e il dialogo tra Lester e Angela che si trovano soli in casa proprio nella notte in cui Lester verrà ucciso.

L’intera scena è commentata dalla canzone “Don’t let it bring you down” di Neil Young. Si tratta di una musica intradiegetica: Lester, che sta bevendo una birra in cucina, va in salotto perché sente che qualcuno ha acceso lo stereo: si tratta di Angela che ha deciso di ascoltare musica perché si sente giù, mentre le parole della canzone in sottofondo dicono: “Non lasciarti abbattere/sono solo castelli che bruciano/trova qualcuno che stia cambiando e ti riprenderai”. Le parole del ritornello dunque costituiscono quasi una descrizione della scena dove è facile legare la persona che non si deve lasciare abbattere al personaggio di Angela e quella che sta cambiando al personaggio di Lester.

Ma sono le strofe della canzone ad offrire riferimenti e rimandi all’intero film e ai suoi significati: “Un vento gelido lacera il vicolo all’alba/e il giornale del mattino vola via/un morto è disteso sul ciglio della strada/con la luce del giorno negli occhi” dicono le parole della prima strofa. Il rimando qui è al momento in cui Ricky racconta a Jane di aver visto una volta una barbona che moriva di freddo per la strada: incrociando lo sguardo della donna, Ricky ha avuto come una sorta di illuminazione: “E’ come se Dio ti guardasse solo per un secondo e se stai attento puoi ricambiare lo sguardo” racconta a Jane che gli chiede “E cosa vedi?” “Bellezza” è la risposta di Ricky. Nella scena successiva Ricky mostra a Jane la cosa più bella che ha filmato: un sacchetto di carta che danza nell’aria: “E’ stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita dietro ad ogni cosa…A volte c’è così tanta bellezza nel mondo che non riesci ad accettarla…” continua Ricky. Il ragazzo dunque comunica a Jane alcune sensazioni legate ad una sorta di intuizione fulminea, all’aver finalmente capito qualcosa.

Sensazioni molto simili sono quelle che Lester “da morto” comunica allo spettatore nelle ultime immagini del film; la voce fuori campo di Lester attacca proprio sul suo primo piano: Lester è appena stato ucciso ma ha uno sguardo sereno e rilassato ed accenna quasi ad un sorriso. Ricky, guardandolo, sorride sorpreso: forse ha trovato quello sguardo simile a quello della barbona. Di qui il richiamo alle parole della canzone: “Un morto è disteso sul ciglio della strada/con la luce del giorno negli occhi”. Anche Lester dunque in punto di morte ha capito qualcosa rivivendo in un “istante prolungato come un oceano di tempo” i momenti più belli della sua vita. E’ proprio grazie a questi che Lester riesce a cogliere “tutta la bellezza che c’è nel mondo”, capace di riempirgli il cuore “come un palloncino che sta per scoppiare” mentre su queste parole torna l’immagine del sacchetto di carta mosso dal vento.

Dunque Lester, ormai morto, tenta di comunicarci, perché lo ha vissuto, ciò che Ricky è riuscito ad intuire per pochi istanti. E non è un caso che le parole della seconda strofa della canzone di Young facciano riferimento a un cambiamento, ad un’intuizione che nella vita possono farci capire qualcosa: “Un cieco corre nella luce della notte/con una risposta nella mano/scendi al fiume della vista/e potrai davvero capire/luci rosse lampeggiano attraverso la finestra sotto la pioggia”. Tra l’altro queste ultime parole ci riportano alla scena da cui siamo partiti, quella dell’incontro tra Lester e Angela, scena che si svolge in piena notte mentre fuori cade una pioggia torrenziale. Le “luci rosse”, se vogliamo, sono un ulteriore rimando al colore rosso che ricorre insistentemente nel film, assumendo un valore simbolico al pari delle rose rosse e del sacchetto di carta mosso dal vento.

Dunque una canzone, questa di Young, ricca di rimandi e significati che si possono cogliere solo attraverso una lettura complessiva del film. Non credo sia un caso, inoltre, la scelta di un autore come Neil Young che usa moltissimo esprimersi attraverso metafore e immagini simboliche e, come si è detto, American Beauty è un film ricco di simboli. Ancora una volta quindi, l’inserimento di una canzone nella colonna sonora costituisce una scelta particolarmente azzeccata e coerente anche stilisticamente con il linguaggio del film.

È ancora l’analisi di una scena chiave di American Beauty che ci permette di cogliere un’altra importante caratteristica spesso presente nella colonna sonora del più recente cinema americano. Mi riferisco all’uso del silenzio nei momenti “forti” del film, mentre nel cinema hollywoodiano classico questi momenti sono in genere sottolineati da una musica piuttosto marcata.

In American Beauty vi sono alcune scene particolarmente significative che sono sempre caratterizzate da assenza di musica; o meglio, la musica cessa di colpo per evidenziare maggiormente quel particolare momento: è il caso della scena in cui il padre di Ricky bacia Lester sulla bocca rivelando, con un colpo di scena, le sue tendenze omosessuali.

O, più avanti nel film, la musica dolcissima, che sottolinea la scena in cui Lester sta spogliando Angela, cessa poco prima che Angela dica “Per me è la prima volta”: il silenzio sottolinea quindi un altro colpo di scena dal momento che Angela ha dato di sé l’immagine di una “mangiatrice di uomini” e sarà proprio questa confessione di Angela ad “aprire gli occhi” a Lester che di colpo vede la ragazza per ciò che realmente è: un’adolescente impaurita ed insicura.

Anche in Magnolia si possono portare moltissimi esempi di questo particolare passaggio dalla musica al silenzio nei momenti chiave del film: quando la giornalista di colore che intervista Frank, in arte T.J. Mackey, scopre che questi le ha mentito riguardo il proprio passato per nascondere una situazione familiare problematica, in particolare il difficile rapporto con il padre.

In un’altra scena la musica lascia il posto al silenzio quando Earl, il padre di Frank, confessa all’infermiere Phil le proprie colpe e debolezze e dunque gli sbagli commessi nella propria vita. E’ ancora l’assenza di musica a mettere in risalto il colloquio tra Frank e il padre in fin di vita e il momento in cui il famoso presentatore televisivo Jimmy Gator confessa alla moglie di aver molestato sessualmente la figlia Claudia.

Infine la biblica pioggia di rane è ancora più incisiva ed impressionante proprio perché caratterizzata dal solo rumore, mentre è ancora l’assenza di musica a sottolineare il monologo finale del poliziotto che può costituire la chiave di lettura dell’intero film.

Dunque una musica stilisticamente coerente al linguaggio del film e in grado di sintetizzarne i principali significati, un utilizzo attento e mirato di canzoni e musica preesistente, infine l’interruzione della musica di commento per evidenziare i momenti chiave del film: queste le novità presenti nella colonna sonora di American Beauty e Magnolia, ma che si possono ritrovare anche in altri film appartenenti al più recente cinema americano. Un tipo di cinema che prende le distanze da quello classico hollywoodiano, prima di tutto a livello di contenuti, dal momento che centrali non sono più la storia avvincente, l’eroe protagonista (come si è detto) o il genere entro il quale si inscrive il film. Spesso questo recente filone (che convive comunque accanto a quello più commerciale con colonne sonore ancora convenzionali, molto vicine al modello hollywoodiano classico) si accontenta di registrare crisi generazionali, modi di vivere e “di sentire” dell’uomo contemporaneo.

E’ inevitabile che, cambiando i contenuti, sia cambiato anche il modo di esprimerli e dunque il linguaggio filmico. Allo stesso modo si può dire che diverso è anche lo spettatore contemporaneo, senz’altro più accorto e smaliziato rispetto a quello di un tempo e in grado, pertanto, di cogliere a livello linguistico certe sottigliezze che gli consentono di comprendere meglio il significato di un film. Infine è interessante notare come molte volte sia proprio la colonna sonora, un elemento spesso trascurato, a rivelare queste novità espressive che testimoniano un uso originale e creativo della musica da film.

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Commento di nick mortuus




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