zatopek


La memoria del bene
15 gennaio 2004, 15:05
Filed under: Eventi

Nell’ambito delle iniziative legate all’inaugurazione del Giardino dei Giusti di Moretta, una serata con il giornalista Gabriele Nissim, che ha presentato il suo ultimo libro “Il Tribunale del Bene” (Mondadori 2003). Al termine dell’incontro del 15 gennaio, Gabriele Nissim ci ha “regalato” una lunga riflessione che ricostruisce la genesi del suo lavoro: l’elaborazione della memoria dei genocidi e dei crimini contro l’umanità che hanno attraversato il Novecento come atto di responsabilità nei confronti del mondo in cui viviamo.

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La responsabilità

Come ha sottolineato Zvetan Todorov (Gli abusi della memoria – Ipermedium, Napoli 1996) l’elaborazione della memoria dei genocidi e dei crimini contro l’umanità che hanno attraversato il Novecento è prima di tutto un atto di responsabilità nei confronti del mondo in cui viviamo.

Non possiamo ridare la vita alle persone che sono state in vario modo eliminate dai regimi totalitari, ma dobbiamo metterci costantemente in gioco affinché quel male non si ripeta più. Può sembrare paradossale, ma il più alto dovere morale verso le vittime si può esercitare soltanto attraverso un nostro impegno nel tempo presente.

Il ricordo diventa produttivo, quando diventa un antidoto che ci fa cogliere in anticipo quelle situazioni politiche dove si teorizza o si ripropone la logica dell’annientamento fisico di altri esseri umani. Ecco perché ci sono due modi distinti di ricordare, una memoria di tipo archeologico è quella che guarda esclusivamente al passato, ripercorre con ossessione gli avvenimenti tragici di un genocidio come se la storia si fosse fermata, non ha la capacità di rielaborare il male per porsi interrogativi sulla nostra condizione attuale.

Una memoria di questo tipo può portare ad un comportamento rituale, ripetitivo, dove il racconto del passato anche se perseguito con le migliori intenzioni rischia di diventare evanescente privo di significato, perché quando non si è in grado di fare delle comparazioni con altri avvenimenti, di assumersi una responsabilità, di individuare un legame tra le persecuzioni passate e nuovi meccanismi dell’intolleranza la società che ascolta rischia di ritenere che tutto ciò che è accaduto non la riguarda più, perché altre erano le condizioni storiche e persino completamente differenti erano gli uomini.

Si può così visitare una mostra sulla Shoah od ascoltare una conferenza sulle leggi razziali in Italia e non rendersi conto dei messaggi antisemiti che provengono dai proclami di Bin Laden, non comprendere l’angoscia degli ebrei di fronte a quanti mettono in dubbio la legittimità dell’esistenza dello stato d’Israele, oppure rimanere passivi di fronte alle vicende della pulizia etnica nell’ex Jugoslavia e non provare il bisogno di interrogarsi sulle milioni di persone che sono scomparse nei gulag sovietici.

Una memoria invece ha degli effetti educativi quando la riproposizione degli avvenimenti passati cerca di evidenziare degli insegnamenti universali, è in grado di farci aprire gli occhi sulla condizione umana, cerca la comparazione con situazioni differenti, ci dà la possibilità di individuare nuove ingiustizie. La ricerca della comparazione non toglie nulla alla specificità e all’unicità di una persecuzione passata, ma rende più intelligibile alla persona la comprensione di situazioni passate. Si può capire meglio il dramma dell’indifferenza che circondò gli ebrei durante l’Olocausto, quando ci si interroga sulla nostra esperienza contemporanea, sul silenzio e l’impotenza delle istituzioni internazionali rispetto al genocidi in Rwuanda e in Cambogia, sul fallimento della Nazioni Unite nei confronti di fronte ai massacri in Bosnia.

Si assume una responsabilità vera verso le vittime dei campi di concentramento nazisti, quando non siamo più indifferenti alle vittime cecene, alle migliaia di arabi che sono stai seppelliti nelle fosse comuni in Iraq, quando sentiamo la necessità di dare finalmente un nome ai carnefici e alle vittime del gulag, quando ci sentiamo impegnati per una conciliazione tra israeliani e palestinesi e non copriamo l’odio per motivi di realpolitik. E’ soltanto in questo modo che la memoria diventa produttiva, perché ci rende responsabili.

Raccontare il bene

Proprio dalla memoria della Shoah è nata una istituzione che rendendo onore a quanti si prodigarono a salvare gli ebrei durante la seconda guerra mondiale si è assunta l’onere di evidenziare il dovere della responsabilità individuale nei confronti del male e ci ha lasciato le tracce di migliaia di comportamenti umani che possono per noi diventare uno straordinario esempio morale. Si tratta della commissione dei giusti di Yad Vashem, la cui grande anima per venticinque anni è stato il giudice Bejski, di cui ho raccontato la storia nel libro Il tribunale del Bene. Moshe Bejski lo possiamo definire il grande inventore della memoria del bene poiché con la sua ostinazione è riuscito a consegnare alla Storia le vicende degli uomini che durante gli anni del nazismo non si piegarono alle leggi dell’omicidio legalizzato e furono capaci di salvare la dignità dell’uomo,nonostante gli eventi precipitassero verso la catastrofe. E’ importante sottolineare come la visibilità morale di questi giusti sia dipesa molto dalla capacità di questo giudice di rendere pubbliche queste storie, poiché un bene realizzato per lasciare delle tracce nella memoria storica ha sempre bisogno di un soggetto che le racconta. Come probabilmente osserverebbe Hannah Arendt senza la presenza di un cacciatore di perle,come appunto è stato Bejski, la memoria del bene rischierebbe di diventare molto fragile, di perdersi, di non trovare attenzione nel mondo.
Non esiste soltanto la responsabilità personale dell’uomo che attua un azione di bene, ma anche quella di chi la fruita e che si impegna per farla conoscere. Un atto morale è fondamentale per la salvezza degli uomini, ma è altrettanto fondamentale, soprattutto per le vicende drammatiche dei genocidi, la sua divulgazione pubblica, affinché si possa trasformare in un esempio universale.

Bejski ha seguito fino in fondo questo percorso. Salvato da Oskar Schindler assieme agli altri membri della famosa lista, ha prima di tutto sentito il dovere di prendersi cura del suo benefattore e lo ha aiutato economicamente per trarlo fuori dai suoi guai con la giustizia tedesca, a causa delle sue imprese economiche poco felici, poi si è assunto la responsabilità di rendere universale la sua esperienza occupandosi personalmente della ricerca di tutti i salvatori degli ebrei. Aveva intuito che senza una simbolica piantagione degli alberi in loro onore nel giardino di Gerusalemme questi uomini sarebbero rimasti dei giusti nascosti ed anonimi.

I giusti “normali”

La definizione di “giusti” per certi versi può trarre in inganno, perché può dare l’idea che quegli uomini fossero dei santi e degli eroi nel senso classico. Persone cioè dedite in tutti i campi della loro vita all’eccellenza, all’abnegazione totale verso gli altri, al sacrificio disinteressato fino a quello della propria vita. In realtà la maggior parte di loro erano degli esseri umani del tutto normali ed anzi alcuni di loro nella vita quotidiana non erano certo degli stinchi di santo, come era per esempio il suo salvatore Oskar Schindier, ma di fronte ad un progetto di disumanizzazione della società come era la persecuzione degli ebrei e la soluzione finale questi individui furono presi da compassione per la sorte dei perseguitati e furono capaci di difendere la dignità umana. Furono dunque uomini decenti in un mondo indecente. Ma questi individui meritano la definizione di “giusti”perché con la loro azione sono stati in grado di salvare il mondo anche se per l’indifferenza dei più di fronte al male estremo, le cose sono andate storte.

È un’ affermazione che può sembrare paradossale di fronte ai sei milioni di morti e a una delle più gravi sconfitte dell’umanità, ma proprio in queste circostanze questi individui mostrarono di essere il fondamento del mondo, secondo una definizione del Talmud. È infatti interessante osservare come le loro azioni hanno avuto un effetto che andato ben oltre all’azione concreta che hanno avuto la forza di realizzare. I giusti, a meno di casi eccezionali sono nelle vicende dei genocidi del nostro secolo in fondo dei vinti, perché le loro azioni esemplari non sono riuscite a ribaltare il “male politico” di cui sono stati contemporanei, anche se hanno testimoniato una capacità di resistenza morale o hanno permesso il salvataggio di alcune vite umane.

Sono dei vinti se li si giudica dal punto di vista dell’esito finale, dal punto di vista di quella Storia andata male; sono invece dei possibili vincitori se non sono rinchiusi nella gabbia del loro tempo, ma diventano un esempio morale per le nuove generazioni e le loro vicende, finalmente raccolte e raccontate, entrano a far parte della coscienza del mondo. Cosi il tentativo dei giusti di interrompere il Male della loro epoca, anche se ha ottenuto solo un risultato parziale, anche se il più delle volte la loro testimonianza è stato solo la luce di una piccola stella che non è riuscita a riaccendere l’oscurità, può invece rappresentare la forza di un nuovo inizio per la memoria delle generazioni successive. Ciò che non si è realizzato nel loro tempo, può finalmente brillare di luce piena nell’ epoca successiva.

La speranza

Il primo punto di straordinaria rilevanza è che costoro hanno preservato prima tra le stesse vittime e poi tra i sopravissuti l’idea fondamentale della speranza nell’uomo. Questa sensazione la intuì con grande precisione la scrittrice Etty Hiliesum poco prima di essere deportata verso la morte, quando nel suo diario si lasciò andare ad una affermazione sorprendente di fronte allo scoraggiamento di tutta la comunità ebraica di Amsterdam. «Basta che esista una sola persona degna di questo nome per potere ancora credere negli uomini.., se anche non rimanesse che un solo tedesco decente,quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero».

Lo stesso Moshe Bejski racconta che prima ancora di conoscere il suo destino nel campo di concentramento si sentì rinfrancato dall’incontro con Schindler, perché aveva trovato l’unico tedesco che lo trattava come un uomo e non come una bestia. Schindler era infatti capace di stringere una mano ad un suo operaio ebreo, di fronte agli occhi esterrefatti dei nazisti.
Primo Levi decise dopo la guerra di chiamare i suoi due figli con il nome di Lorenzo e Lisa Lorenza per ricordare quel muratore italiano che ad Auschwitz gli aveva regalato una maglia per ripararsi dal freddo e gli aveva offerto per alcuni mesi un pezzo di pane, rinunciando così ad una parte del suo rancio. Quella esperienza unica in un deserto umano gli aveva dato la sensazione di essere ancora un uomo e la forza per resistere ancora con la sua anima. La vita dunque che egli stesso aveva generato cominciava con il nome di quella speranza ritrovata. Ecco allora come il ricordo del bene ricevuto diventa il punto il punto di partenza per una nuova esistenza dopo il tunnel di un male estremo. La vicenda di Levi è una sorta di metafora di una possibile condizione umana dei sopravissuti. Gli individui, come i gruppi sociali, le nazioni che hanno subito un trauma come un genocidio hanno bisogno di elaborare il lutto subito, necessitano che il mondo ascolti, riconosca il loro dolore, e compì in questo modo un atto di giustizia e di riparazione. Questo processo può avvenire in modo positivo se accanto alla memoria del male i sopravvissuti possono appoggiarsi agli episodi della memoria del bene. In questa dimensione le vicende dei giusti acquistano un valore particolare. Sono il fondamento di un nuovo inizio, rappresentano la speranza per ricominciare.

La riconciliazione

I giusti esercitano una grande funzione nel processo di riconciliazione tra le vittime della violenza ed i popoli che li hanno perseguitati. Ogni tipo di’ genocidio o di crimine contro l’umanità lascia profonde ferite morali tra i sopravvissuti. Per molti ebrei è stato per anni insopportabile ritornare nei paesi che li avevano perseguitati e traditi. Recarsi in viaggio in Polonia o in Germania dopo la guerra per molti di loro era una esperienza improponibile. Non c’era in loro soltanto la sensazione di essere stati perseguitati da un regime omicida,ma anche che quel regime potesse essere considerato l’espressione culturale e politica di un intero popolo. Ricordare i giusti, come ha fatto Moshe Bejski con la sua straordinaria opera, ha impedito che si potesse innestare tra i sopravissuti l’idea che un’ intera nazione potesse essere accusata di una colpa collettiva, innestando così una infinita catena dell’odio tra le vittime e quella parte del mondo che li aveva perseguitati. Il giardino dei giusti mostra in modo molto netto che non tutti i tedeschi, polacchi, ungheresi, romeni, si sono comportati nello stesso modo nei confronti degli ebrei, ma che ci sono state delle eccezioni importanti che possono permettere di guardare con occhi diversi le situazioni dove si è compiuta la persecuzione.

Possiamo vedere come queste eccezioni provochino con il tempo un vero e proprio miracolo. Pochi virtuosi hanno la forza di cambiare l’immagine di una nazione che ha assecondato un genocidio. Se infatti non tutti hanno agito nello stesso modo, significa che lo stigma della colpa non può ricadere su una nazione intera. I pochi giusti hanno la forza di salvare nei secoli la reputazione di una nazione che si è fatta trascinare dagli ingiusti. Nel periodo del genocidio la resistenza morale di queste persone ha permesso il salvataggio di qualche vita umana, ma non è riuscita ad interrompere il male e a redimere gli ingiusti.

Ma il loro tentativo non risulta del tutto vano, perché quella solidarietà che hanno mostrato verso le vittime, diventa il punto di partenza per una ripresa del dialogo e per un nuovo inizio tra le generazioni successive. Naturalmente il processo di riconciliazione con le vittime presuppone sempre un atto di responsabilità pubblica da parte dello Stato che ha commesso un simile atto di barbarie. La Germania è stata capace di riconoscere nel dopo guerra in modo molto chiaro le sue grandi responsabilità storiche e tutta la sua politica nel dopo guerra è stata impregnata dall’imperativo etico di non dimenticare mai, mentre invece c’è voluto la fine del comunismo perché la Polonia, l’Ungheria, la Romania riconoscessero pubblicamente la responsabilità o dell’indifferenza verso la sorte ebraica o quella di una attiva collaborazione con la macchina nazista. Invece purtroppo ancora oggi la Turchia rifiuta di aprire una discussione pubblica sul genocidio armeno e continua a sostenere che la morte di un milione di Armeni non è avvenuta per una scelta politica e ideologica, ma come conseguenza di una guerra civile che avrebbe provocato vittime da ambo le parti, come se ci fosse stata tra le due nazioni una vera e propria guerra.

Ma le storie dei giusti, se diventano patrimonio della cultura nazionale del proprio paese e se soprattutto sono conosciute da parte del popolo dei perseguitati,danno un grande stimolo alla ripresa di rapporti e di contatti dopo le vicende della catastrofe. E’ una sensazione completamente diversa per un ebreo ritornare in Germania ed essere consapevole che mentre la maggioranza dei tedeschi erano affascinati dall’ideologia del Furher c’era stato uno scrittore come Armin Wegner che nella primavera del 1933 aveva scritto una lettera di protesta ad Hitler invitandolo ad interrogare la propria coscienza di fronte alla promulgazione delle leggi razziali o che Kurt Gerstein, un ufficiale nazista che lavorava nei pressi di un campo di concentramento aveva cercato in tutti i modi di nascondere alcune partite di ziglon b che venivano inviate per la produzione dl gas letale e che aveva cercato invano di convincere alcuni diplomatici di Berlino a divulgare nel mondo il terribile segreto della soluzione finale. Il solo pensare che durante la Shoah c’erano stati alcuni tedeschi buoni può dare un certo sollievo per ricominciare ad essere ebrei in Germania.

Un nuovo modello morale

L’esperienza dei giusti svolge una funzione importante nella coscienza delle nuove generazioni dei paesi che sono stati implicati in un genocidio. Per molti giovani tedeschi è stato un trauma scoprire che i loro genitori erano stati direttamente o indirettamente coinvolti in un regime totalitario e omicida come quello nazista. Se molti ebrei hanno avuto una grande difficoltà nel riuscire a raccontare le vicende della Shoah, poiché hanno avvertito la vergogna di essersi salvati al posto di altri in una condizione estrema dove i nazisti sono riusciti a creare una situazione di concorrenza per la sopravvivenza, per molti giovani tedeschi è stato difficile accettare di essere nati in un paese responsabile di una simile tragedia.

I nazisti non hanno infatti soltanto creato la macchina dello sterminio, ma hanno lasciato delle profonde ferite morali che hanno reso molto complessa e difficile l’elaborazione della memoria. La soluzione di questo dramma esistenziale per le nuove generazioni tedesche ha potuto trovare una parziale soluzione in una identificazione morale con quanti in Germania furono capaci di una resistenza antitotalitaria.

Un giovane tedesco è portato inconsapevolmente a dire, “Non mi sento figlio di Eichmann, ma mi identifico con Elisabeth Abegg, la professoressa di storia che riuscì a nascondere per tutta la guerra in uno scantinato a pochi passi dagli uffici della Gestapo una ottantina di bambini ebrei.” Ecco dunque il nuovo miracolo dei giusti. Essi diventano così un modello di comportamento per le nuove generazioni che possono costruire il loro futuro, con alle spalle delle radici solide ed integre.

La forza degli individui

La memoria del bene raccolta tra le migliaia di alberi della collina di Gerusalemme permette di incrinare una visione deterministica della storia, l’idea che il male sia qualche cosa di assoluto e di invincibile da parte degli esseri umani. Chi passeggia nel giardino dei giusti si rende improvvisamente conto che la macchina infernale nazista non era una forza sovraumana, demoniaca, ma che tutti gli uomini avevano la possibilità di aiutare, di salvare degli ebrei in ogni luogo, nelle proprie case private, nei ghetti, in ogni parlamento,nei campi di concentramento e persino a pochi metri dalle camere a gas, come dimostra la storia incredibile di Kurt Gerstein. La memoria del bene in realtà è molto più cruda e dura della sola memoria del male. Toglie d’incanto ogni alibi, ogni giustificazione, ogni scusa per affermare che non si poteva vedere, capire,intuire. C’era sempre una possibilità di mettere un argine,anche se piccolissimo, all’orrore. Chi allora non volle guardare, a meno che non desiderasse la distruzione di altri esseri umani, mentiva alla propria coscienza, uno stratagemma di cui spesso gli uomini sono capaci.

È questa la grande intuizione poco capita di Hannah Arendt, quando accusata di sminuire le responsabilità dei criminali nazisti, parlando di banalità del male , rispose: “Quello che penso veramente è che il male non è mai radicale, ma soltanto estremo e che non possegga né profondità, ne dimensione demoniaca… solo il bene è profondo e può essere radicale.” Ecco allora perché lo straordinario libro di filosofia scritto da Moshe Bejski, non con una penna su della carta, ma con degli alberi su una collina di Gerusalemme, ci offre un’idea morale che dovrebbe essere ripresa in ogni luogo della terra dove si sono commessi genocidi e crimini contro l’umanità.

La memoria del bene mostra le possibilità infinite dell’individuo in ogni momento della storia di dire un no netto e chiaro di fronte a crimini commessi da sempre nuovi architetti del male che come ha sottolineato Sigmund Bauman ritengono che l’eliminazione fisica dei cosiddetti indesiderabili (siano ebrei, armeni, nemici del popolo o nemici di Allah) possa rendere più felice l’umanità, allo stesso modo che un giardiniere si sente soddisfatto quando pota il giardino dalla presenza delle erbacce. Il significato più grande dell’intuizione di Bejski è che comunque in ogni situazione , da quelle estreme, come erano il nazismo e il comunismo, ma anche nella condizione più comoda e confortevole della democrazia, è alla fine l’individuo con la propria coscienza che può diventare un piccolo, ma importante argine contro il male.

Egli riteneva che le storie dei giusti offrissero comunque al mondo una speranza di fronte all’amara constatazione della riproposizione del male. “Nonostante Auschwitz, il male ha continuato a ripresentarsi sulla scena del mondo, dal Biafra, al Ruanda, all’ex Iugoslavia. E se il male continua, cerchiamo di capire come possa continuare ad esistere anche il bene.”

Moshe Bejski aveva inconsapevolmente dato una risposta all’angoscia terribile di quanti, come lo stesso Primo Levi, si erano accorti che l’umanità aveva imparato molto poco dalla lezione dell’Olocausto e che i genocidi e i crimini di massa si ripresentavano sotto nuove forme nel compiacimento dei loro architetti e nell’indifferenza degli spettatori.

La responsabilità individuale è l’unico antidoto. Non ci sarà mai la fine della storia, la nascita della società pura, capace di espellere dalle proprie viscere il meccanismo perverso del male estremo. Ci saranno solo uomini giusti che cercheranno di opporvisi e di resistere. Sono loro l’unica speranza certa dell’umanità, anche dopo Auschwitz.

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